ALLA 52. MOSTRA INTERNAZIONALE DEL NUOVO CINEMA, LEZIONI DI STORIA, VIDEOTEPPISMI: STORIE E FORME DEL VIDEO DI LOTTA - #LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE E SE “CREPA IL PADRONE TUTTO VA BENE”

ALLA 52. MOSTRA INTERNAZIONALE DEL NUOVO CINEMA, LEZIONI DI STORIA, VIDEOTEPPISMI: STORIE E FORME DEL VIDEO DI LOTTA - #LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE E SE “CREPA IL PADRONE TUTTO VA BENE”

Pesaro, martedì 5 luglio 2016. Ieri pomeriggio, presso la Sala Pasolini c’è stato il primo appuntamento della sezione Lezioni di storia, Videoteppismi: storie e forme del video di lotta della 52. Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Questo progetto ruota intorno a una forma, quella del video, per raccontare un periodo storico già affrontato al festival di Pesaro da Adriano Aprà nel 1973 per tematizzare e storicizzare l’uso del video che, però, nasce negli anni ’50. Gli incontri di Pesaro di quest’ultima edizione vogliono riprendere il filo del discorso che quarantatre anni fa è stato interrotto. Il curatore Federico Rossin ha introdotto la proiezione di Lottando La Vita. Lavoratori italiani a Berlino di Videobase – collettivo nato dall’unione intellettuale di Anna Lajolo, Guido Lombardi e Alfredo Leonardi, con l’idea di creare piccoli spazi di riflessione e condivisione. Questo primo incontro è stato dedicato all’Italia, a tre persone provenienti da ambiti artistici diversi, Lajolo, Lombardi e Leonardi che, nel ’70, dettero vita a un’azione collettiva attraverso dei lavori che si contrapponevano alla televisione generalista e monocanale. In Italia, rispetto all’America, l’esperimento si fermò sui piccoli monitor dei centri sociali. Si mostravano video girati senza essere montati, senza tagli e venivano portati nelle piazze, in strada. Il cosiddetto video attivista, una presa di coscienza collettiva che non passa attraverso la voce del padrone. “L’azione entra laddove i partiti non erano mai arrivati” – spiega lo stesso Federico Rossin – “è una forma di espressione libera, malleabile, semplice, tutto è nell’immediato. L’immagine è povera e sporca, ma dà voce a tutti. Videobase arriva laddove nessuno era mai arrivato”. Una forma d’arte tra tecnologia, realtà e politica che dal primo livello riflessivo cresce per diventare partecipazione, opera aperta e infinita. “Videobase dà l’idea di flusso e temporaneità – continua Rossin – i corpi che si raccontano sono stanchi e selvaggi”. Nel ’75, questa esperienza comunitaria si è trasformata in antropologia per poi chiudersi nel ’79. “Un’esperienza unica – sottolinea Rossin –il video espanso, infatti non esiste in altri Paesi”. Una forma d’arte che ha avuto l’appoggio anche delle stesse istituzioni: “Mentre in America ha avuto il sostegno dei canali privati autogestiti, da noi in Italia metà dei lavori degli anni ’70 sono stati prodotti dalla Rai che diede spazio alle sperimentazioni. Cosa che purtroppo ora non accade più”– conclude Rossin.

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