DECISI A SPERIMENTARE: DALLA COMMEDIA AL DRAMMA, IL NUOVO CINEMA SECONDO GLI ESORDIENTI ITALIANI

Pesaro, 23 giugno. La Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro dedica l’Evento speciale dell’edizione 50+1 ad alcune delle più interessanti opere prime prodotte negli ultimi cinque anni nel nostro paese con Esordi italiani. Gli anni Dieci al cinema. Il programma, inaugurato sabato 20 da I primi della lista di Roan Johnson, è entrato nel vivo nella giornata di ieri, quando sono state presentate tre opere alla presenza dei rispettivi registi. La prima è stata Tir di Alberto Fasulo – vincitore del Marc’Aurelio a Roma nel 2013 – che ha incontrato gli spettatori al termine del film. La viva partecipazione della sala ha portato a interessanti riflessioni sui mutamenti che negli ultimi anni hanno investito il nostro cinema, e non solo. Partendo dal lungo lavoro di ricerca del regista, infatti, si è affrontato il tema della precarietà e della “lacerazione”, sia lavorativa che personale, perfettamente incarnata dalla figura del camionista protagonista dell’opera. Un “cinema del reale”, come è stato a lungo definito, in cui il tempo e il paesaggio occupano un ruolo centrale – ammiccando così alla miglior tradizione antonionana. I lunghi piani sequenza che vedono il protagonista immerso in questi luoghi senza tempo aprono le porte a numerose considerazioni sulla crisi economica che ha colpito l’Europa – una condizione che i camionisti subiscono da molto più tempo, come viene esplicitato e denunciato dall’opera di Fasulo. Ma la vera forza del film risiede nel linguaggio utilizzato dall’autore che, pur mantenendo uno sfondo fortemente documentaristico, decide di abbracciare la finzione per raccontare una storia che altrimenti non avrebbe avuto lo stesso impatto emotivo. “Quando ho introdotto la telecamera con il camionista che avevo scelto per il mio film, mi sono reso conto che lo mettevo in difficoltà, che non riusciva ad essere naturale; il documentario quindi era diventato un limite”, spiega il regista. Una posizione, questa, condivisa anche da Alice Rohrwacher che, lo stesso giorno, ha presentato il suo Corpo celeste – esordio in cui aveva già dato prova di quelle qualità artistiche che le sono valse il Gran Premio della Giuria a Cannes nel 2014. Con sguardo vigile e disincantato, l’autrice produce un lucido ritratto dell’arretratezza e dell’ipocrisia di una Calabria che diviene metafora di un intero paese. “Inizialmente volevo fare un documentario ma solo la finzione poteva permettermi di raccontare questa realtà”, afferma la regista proseguendo, così, il discorso di Fasulo. Emerge così il fatto che molto del nuovo cinema italiano punti fortemente all’ibridazione documentaristica senza, però, abbracciare pienamente il reale, privilegiando una narrazione che si attesta a metà fra il documentario e la finzione: un aspetto a cui la Mostra ha dedicato molta attenzione. Anche l’esordio del terzo regista presentato ieri, Andrea Caccia, è accomunato dalle stesse caratteristiche. Il suo La vita al tempo della morte è suddiviso in tre atti distinti – un complesso di tre cortometraggi che finiscono col fondersi – il film affronta il difficile tema della morte dei propri genitori. “Ho cercato tre forme diverse per raccontare qualcosa che purtroppo è naturale e che mi ha coinvolto in prima persona proprio mentre giravo il film”, spiega il regista. A differenza dei suoi colleghi però, Caccia preferisce non fare troppe distinzioni tra fiction e documentario, utili a suo parere solo per la critica, quanto piuttosto parlare di linguaggi distinti che meglio si adattano a ciò che si vuole raccontare: “le uniche distinzioni che si possono fare per i film sono tra belli e brutti, il resto è inutile”.


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