DIALOGHI ALLA 52. MOSTRA DEL NUOVO CINEMA: “SATELLITE, IL ’GIUSTOMETRAGGIO’ PER INCIDERE POLITICAMENTE E CULTURALMENTE”

DIALOGHI ALLA 52. MOSTRA DEL NUOVO CINEMA: “SATELLITE, IL 'GIUSTOMETRAGGIO' PER INCIDERE POLITICAMENTE E CULTURALMENTE”

Pesaro, 04 luglio 2016. Nella giornata di ieri sono proseguite le proiezioni della nuova sezione Satellite della 52a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Primo lavoro a essere proiettato è Terra sem males di Urutau Guajajara ed Enrico Masi, film-saggio sulla dignità umana e primo capitolo della trilogia sul Brasile. “Il nostro è un film che parla di un vero e proprio genocidio culturale. Il Brasile è un paese che, nel sopportare due grandi eventi sportivi in pochissimi anni, ha snaturato lo sport della sua natura spettacolare, trasformandolo in una dinamica di oppressione”, afferma Masi, esponendo il progetto che muove dai suoi studi dottorali sull’impatto dei megaeventi nel tessuto sociale contemporaneo. La seconda proiezione, invece, ha riguardato il lungometraggio Memorie – In viaggio verso Aushwitz , un documentario “on the road” che alterna i filmini di famiglia alle riprese del viaggio che due fratelli compiono verso Aushwitz. Il regista Danilo Monte considera il cinema come “un’occasione umana, un’autoterapia” in grado di far recuperare il rapporto familiare, turbato da anni di tossicodipendenza del fratello. Sono stati anche proiettati Slaughter di Cane Capovolto e Appunti del passaggio di Maria Iorio Arena e Raphael Cuomo. Il primo, dedicato al concetto di uomo-massa e alla tragedia umana contemporanea; il secondo, focalizzato sul movimento migratorio del Sud Italia verso la Svizzera degli anni Sessanta. Il dibattito critico è proseguito oggi in Pescheria - Centro Arti Visive, alla presenza di alcuni degli autori e della autrici dei film e dei curatori della sezione (Gianmarco Torri, Anthony Ettorre, Annamaria Licciardello e Mauro Santini) che, nel presentare il ricco ed eterogeneo programma della sezione, hanno adottato la definizione di “giustometraggio” – risolvendo, così, il problema della differenza temporale e la mancanza di omogeneità fra le varie opere che compongono Satellite. Dopo la presentazione dei singoli film – Terra sem males; Le 5 Avril Je Me Tue; Memorie - In viaggio verso Aushwitz; Guida al (lento/veloce) lavoro; The Eternal Melacholy of The Same; Adagio Jean Jaurès; Tomba del tuffatore; Senza titolo; Parco Lambro – una sollecitazione di Annamaria Licciardelli sull’autoproduzione ha dato vita a una riflessione sui limiti e le possibilità dei finanziamenti, istituzionali e non. Nel sostenere l’importanza dell’autoproduzione nella formazione di un autore, infatti, Enrico Masi ha riconosciuto il ruolo fondamentale dell’università, non tanto sotto il profilo economico, quanto come luogo-vetrina adibito all’esposizione del suo lavoro. “Bisogna farsi affiancare da produttori sensibili, che sappiano coprire i costi del lavoro di un regista e consigliarlo”, ha aggiunto Sergio Canneto ( Le 5 Avril Je Me Tue ). Di parere contrario, invece, si è mostrata Teresa Masini ( The Eternal Melacholy of The Same ), che considera l’arte come momento personale, sganciato dalle logiche di mercato e dalle sicurezze economiche. Danilo Monte ( Memorie – In viaggio verso Aushwitz ) ha sottolineato, invece, quanto il limite economico, insito nell’autoproduzione, possa stimolare l’adozione di un linguaggio alternativo. “Non è neanche concepita, per noi, la produzione. Con la produzione si perde la solitudine che è essenziale nel cinema”, con queste parole Francesco Cazzin, portavoce del gruppo di autori di Adagio Jean Jaurès , ha espresso al sua posizione risoluta in merito all’argomento di dibattito. “Anche se l’artista è creativo e può sempre cercare soluzioni finanziarie alternative, la produzione dovrebbe sempre accompagnare i lavori migliori, non i peggiori. La cultura deve essere finanziata”, concludono gli autori di Senza titolo (Cristiano Carloni e Stefano Franceschetti). Certamente, un punto su cui tutti gli autori della sezione presenti hanno concordato ha riguardato le finalità politiche e culturali che contraddistinguono il loro cinema, anche perché “spesso si spaccia un film come opera di grande valore culturale, mentre invece è merda pura”, come ha leggiadramente concluso Carlo Michele Schirinzi.

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