DJECA DI AIDA BEGIC, ULTIMO FILM IN CONCORSO. A PESARO LA PROTAGONISTA FEMMINILE MARIJA PIKIC

DJECA DI AIDA BEGIC, ULTIMO FILM IN CONCORSO. A PESARO LA PROTAGONISTA FEMMINILE MARIJA PIKIC

Pesaro, 30 giugno 2012 – Al “Cinema in Piazza” ieri sera, dopo la proiezione del corto morettiano Il giorno della prima di Close-up, il direttore artistico Giovanni Spagnoletti ha presentato l’ultimo film in Concorso: Djeca/Buon anno Sarajevo della bosniaca Aida Begić, alla presenza della protagonista Marija Pikić.

Il film racconta la drammatica storia di due fratelli nella Sarajevo contemporanea, orfani a causa della guerra, e delle loro difficoltà di inserimento in una società che sembra essersi dimenticata delle vittime del conflitto. La sorella maggiore Rahima (interpretata da Marija Pikić) dopo un’adolescenza turbolenta sembra trovare conforto nell’Islam e spera che il suo fratellino Nedim (Ismir Gagula) possa fare lo stesso, ma questi pare più incline a incamminarsi verso un futuro di criminalità.

La regista Aida Begić, certamente una delle autrici più interessanti del cinema bosniaco, rende esplicita - pur lavorando tra le righe - la difficile situazione della Bosnia contemporanea, fatta di divisioni e confini invisibili; una frammentazione che non ha permesso quella “ricostruzione” che si auspicava alla fine del conflitto.

La realtà del paese emerge anche grazie all’intensa interpretazione di Marija Pikić, fatta di sguardi, silenzi, piccoli gesti. Djeca è la storia di persone divise da confini soprattutto mentali, la storia di tre popoli distrutti da una guerra fratricida, nella quale nessuno ha vinto e tutti ne sono usciti pagando un prezzo altissimo. Ora questi popoli non hanno più contatti tra di loro e vivono come vicini che non si conoscono.
Il personaggio di Rahima simboleggia perfettamente il destino di un Paese che vive ancora tra le macerie, se non fisiche almeno spirituali. Con un passato turbolento da ribelle, tipico di chi non è riuscito ad inserisi nella società nella quale vive, riesce a cambiare profondamente una volta che acquista consapevolezza del ruolo di responsabilità che ha nei confronti del fratello più piccolo e, soprattutto, attraverso la scelta di avvicinarsi all’Islam.

Nella giornata di oggi si è tenuta a Palazzo Gradari la conferenza stampa del film, alla presenza della protagonista Marija Pikić. A questo evento era presente anche Emanuela Piovano, fondatrice e animatrice della casa di distribuzione Kitchenfilm che distribuirà il film in Italia col titolo Buon anno Sarajevo.

La testimonianza della giovane attrice è stata interessante proprio per capire come il film rappresenti realisticamente una realtà difficile che lei stessa si è trovata a vivere, nonostante ammetta che la sua personalità e il suo vissuto sono comunque lontanissimi da quelli di Rahima. Ha quindi raccontato al pubblico il duro lavoro svolto per avvicinarsi al suo personaggio: “Io non appartengo alla comunità musulmana, vengo dalla parte serba del paese, non sono di Sarajevo e appartengo a una generazione che non ha vissuto da vicino quello che è successo; per prepararmi ho passato molto tempo nelle strutture sociali dove vivono i bambini di Sarajevo. Lì sono entrata in contatto con i loro sguardi, che ho cercato di capire e restituire. Anche Aida, che invece appartiene alla comunità musulmana, mi ha aiutato ad avvicinarmi a una figura così diversa da me insegnandomi a indossare il velo, a portarlo come fosse naturale per me.”

Marija Pikić ha spiegato che la storia del film è il ritratto della sua generazione, quella che ha avuto la vita più dura a causa della violenza e brutalità delle divisioni che la guerra ha generato. La domanda che il film si pone e alla quale prova a dare risposta, si muove su una linea temporale che lega indissolubilmente passato e futuro: “Se ci siamo fatti la guerra quando eravamo tutti fratelli, ora che non lo siamo, ora che siamo così divisi, così poco consapevoli delle vite degli altri, cosa succederebbe se ci fosse una guerra oggi?” L’attrice conclude l’intervento spazzando via queste nubi; una testimonianza di speranza, uno spiraglio di ottimismo trapela dai suoi dolci occhi: “le nuove generazioni, come la mia, non sono legate ai temi della nazionalità e dell’identità come quelle che hanno visto e fatto la guerra. Queste generazioni non credono che ci possa essere la guerra. Per esempio cominciano a tornare i matrimoni misti, questo vuol dire che ci stiamo riavvicinando, che torniamo a mischiarci, sarà un processo lento, ma è cominciato”.

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