Il "Fixer" di Daniele Mastrogiacomo

PERCHE’ AJMAL NAQSHDANDI FU UCCISO DAI TALEBANI E DANIELE MASTROGIACOMO FU SALVATO ?
IL FILM DEL CANDIDATO ALL’OSCAR IAN OLDS METTE IN DISCUSSIONE IL SISTEMA DELL’INFORMAZIONE OCCIDENTALE CHE CON LA SUA SUPERFICIALITA’ PUO’ METTERE IN PERICOLO LA VITA DEI FIXER

Pesaro, 28 giugno. Si è concluso ieri il concorso Pesaro Nuovo Cinema - Premio Lino Micciché con la proiezione di uno dei film più attesi del festival: Fixer: the taking of Ajmal Naqshbandi alla presenza del regista candidato all’Oscar Ian Olds.

Il film, che è già stato presentato con successo al festival di Rotterdam e ha innescato un fervido dibattito negli Stati Uniti, racconta la storia di Ajmal Naqshbandi, un “fixer” (una specie di guida che assiste i giornalisti, ma non solo, in Paesi dalla situazione politica instabile o problematica) di appena 24 anni che nel 2007 venne fatto prigioniero insieme al giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo dai Talebani in Afghanistan. Mentre però, come tutti sanno, il giornalista fu salvato grazie all’intervento del governo italiano, il fixer afghano venne barbaramente ucciso.

Si tratta di un acuto sguardo sugli aspetti meno noti di quel terribile evento, attraverso le testimonianze dei familiari e degli amici di Ajmal e del giornalista americano Christian Parenti che utilizzò il giovane fixer per il suo reportage sulla guerra in Afghanistan un anno prima del suo rapimento.

Ian Olds, candidato all’Oscar insieme a Garrett Scott nella categoria miglior documentario per Occupation: Dreamland (2005) che raccontava le sensazioni, le esperienze ed i desideri dei soldati americani di stanza a Falluja in Iraq, ripercorre gli sviluppi del suo film dopo l’uccisione di Ajmal: “Quando sono venuto a conoscenza della su sorte, la mia prima reazione è stata di abbandonare completamente il progetto. Ma più pensavo a ciò che avevo già filmato con Ajmal, più ero certo che dovevo portarlo a termine. C’è un insieme di forze che hanno condotto alla sua morte. Capire quali siano state è diventata la linea guida del film. E portarlo a termine è stato un obbligo morale nei suoi confronti”.

“La prima cosa che viene in mente dopo la visione del documentario” continua Olds “è incolpare il giornalista Mastrogiacomo, e più in generale il giornalismo internazionale. Ma io ritengo che sia troppo facile giungere a questa soluzione: in realtà quello che ho cercato di fare è mettere in discussione tutto il sistema del giornalismo occidentale che troppo spesso si serve dei fixer con superficialità. Lo stesso Mastrogiacomo ha ammesso che per il suo servizio giornalistico aveva bisogno di intervistare un “pezzo grosso” talebano, e così facendo ha inevitabilmente messo in pericolo la vita del suo fixer”.

“Quello che mi interessava” conclude Olds “era mettere in evidenza il rapporto che intercorre tra storia e potere e trasformare la concezione astratta che gli Americani hanno della guerra. La tendenza negli Stati Uniti è di vedere la guerra in maniera troppo semplicistica, come un fatto lontano, remoto, e con questo documentario volevo far aprire gli occhi alla gente sulla realtà dell’Afghanistan che a torto viene considerata meno complessa di quella dell’Iraq”.


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