IL TÈ NEL DESERTO

IL TÈ NEL DESERTO

soggetto: Bernardo Bertolucci;
sceneggiatura: Bernardo Bertolucci e Mark Peploe, dal romanzo di Paul Bowles (1949)
fotografia: Technicolor, technovision, 35mm, 1.85:1): Vittorio Storaro;
montaggio: Gabriella Cristiani;
interpreti: John Malkovich (Port Moresby), Debra Winger (kit Moresby), Campbell Scott (Tunner), Jill Bennett (mrs Lyle), Timothy Spall (Eric Lyle), Paul Bowles (Narratore), Eric Vu-an (Belqassim), Amina Anabi (Mahrnia); produzione: Jeremy Thomas per la Sahara Ltd Co. (Londra) / Tao Film (Roma) / The Aldrich Group (Los Angeles), con William Aldrich (produttore esecutivo).
Trama
Nel Marocco dell’immediato dopoguerra, Port e Kit Moresby, una coppia di artisti newyorkesi, sbarcano a Tangeri - lui è compositore, lei scrittrice - , accompagnati dal ricco amico Tunner, progettando di attraversare insieme il Sahara. Per i Moresby, lo scopo non detto di questa lunga vacanza è di ritrovare l’ispirazione a contatto con una cultura e con dei paesaggi diversissimi dal modello occidentale. Via via che le condizioni del viaggio verso Sud si fanno sempre più difficili, la relazione tra i tre va degradando di tappa in tappa. Tutto precipita quando Port, che è riuscito a sbarazzarsi dell’ingombrante Tunner, si ammala di febbre tifoide, prima di morire miseramente in una remota postazione militare francese ai confini dell’oceano di sabbia. Rimasta sola, Kit prosegue inaspettatamente l’avventura unendosi a una carovana di cammelli condotta da un mercante di tuareg, Belqassim, che fa di lei la sua amante. Giunti dall’altra parte dell’oceano di sabbia, questi la sequestra dentro una camera del proprio palazzo, dove continuano i loro incontri sessuali. Finchè le mogli del nomade approfittano di una sua assenza per buttare l’ospite fuori di casa. Mesi dopo, Kit, ricoverata a Tangeri e ormai afasica, sfugge un’altra volta a un ulteriore incontro con Tunner.
Critica
“C’è un momento in cui Kit e Port fanno l’amore su una rupe spalancata davanti al deserto, sono come sull’orlo dell’infinito: c’è lo spazio e non c’è il cielo, quel cielo che dovrebbe potreggerli, salvarli. L’amplesso stesso si arresta: è come se l’ombra del cuore dilagasse nella natura. L’amore che dovrebbe legarli non supera il limite dell’io di ciascuno di loro. il viaggio in Africa sarà un naufragio nell’esotismo? Se Kit, Port e Tunner erano partiti da New York per sfuggire le proprie angosciose, accertano che il Sahara le mette a nudo ancora più ferocemente, fino a lasciare svanire concretezza della loro persona. Mai, forse, in un film, un paesaggio è stato visto con altrettanta trainante foga interiore. Ci sono film memorabili per il loro stile. Altri lo sono per la pienezza del sentimento di cui il loro stile si anima. Il tè nel deserto è uno di questi. Non solo è il più bel film di Bertolucci, ma anche uno dei più commossi e struggenti di tutta la storia del cinema”. (Enzo Siciliano, Due cuori e un deserto, ‘L’Espresso’, 16 dicembre 1990; ora in Cinema e Film. Cronaca di un amore contrastato, Rizzoli, 1998).

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