In Corea, i terroni vengono dal Nord

In Corea, i terroni vengono dal Nord

Alla Mostra del nuovo cinema, per la sezione Concorso Pesaro Nuovo Cinema – Premio Lino Miccichè, è arrivato il momento di Musanilgi - The Journals of Musan.
Il regista coreano Park Jung-bum (già assistente alla regia di Lee Chang-dong per Poetry), ha spiegato così la genesi di The Journal of Musan, di cui è anche interprete principale: "Siamo nati e cresciuti con il problema della divisione tra Corea del Nord e Corea del Sud, per noi è un’abitudine: la tensione ce la portiamo dentro la testa e nel cuore da sempre. Volevo raccontarlo" .
The Journals of Musan racconta la storia di Jeon Seung-chul, un rifugiato politico docile e leale, nato a Musan nella Corea del Nord, che, per ovviare alle difficili condizioni economiche in cui si ritrova decide di intraprendere un viaggio “di scappare dal nord per essere felice” e di trasferirsi a Seoul. Qui però s’imbatte in persone ciniche e disoneste, è costretto a vivere, relegato ai bordi di una società spietata, in una periferia in cui il degrado scavalca la dignità umana e dove sembrerebbe non ci sia posto per uno come lui. L’unica misera occupazione che riesce a trovare e che gli permette di sopravvivere è affiggere manifesti pubblicitari sexy in giro per la città. E la sola distrazione alle fatiche quotidiane è rappresentata dall’incontro con una donna, Sook-young, cantante nel coro nella sua stessa chiesa. In un primo momento, la corista non si accorge neanche dell’esistenza del ragazzo e lui, continuamente sottoposto a vessazioni, non ha la forza e il coraggio di farsi avanti. Ciò nonostante, nel suo tempo libero, Seung-Chul non perde di vista il suo obiettivo, e segue passo passo la misteriosa Sook-young in giro per la città, fino a quando una sera, dopo l’ennesimo inseguimento, i due si ritrovano a cantare in un karaoke dove lei lavora tutte le notti. Pur di avvicinarsi a lei il ragazzo cercherà di farsi assumere in quel bar.
A proposito della chiesa, Park Jung-bum racconta: "Quando i nordcoreani arrivano al Sud ricevono un sostegno solamente dalla Chiesa cristiana che li aiuta a trovare lavoro e a inserirsi in una società diversa che li guarda con gli occhi del pregiudizio. Sono moltissimi i coreani che vanno in Chiesa. È un vero punto di riferimento sotto molti punti di vista, compresa l’educazione dei bambini che lì hanno l’occasione di imparare cose nuove e di studiare musica. Il mio popolo lavora moltissimo, tutto il giorno, torna a casa distrutto, stressato, poi la domenica si mette il vestito buono, va a messa, canta e si sente in salvo".
Lo scopo principale del film è di denunciare e di mostrare al pubblico le grandi difficoltà, le umiliazioni, le ingiustizie che i nordcoreani sono costretti a subire pur di integrarsi nella società capitalista della Corea del Sud, dove spesso i rifugiati, i migranti, diventano schiavi dell’emarginazione e vittime di austerità e pregiudizi.
E lo fa con le immagini molto più che con i dialoghi. E con il viso di Park Jung-bum: "Ho voluto interpretare il protagonista in modo che non fossero le parole a parlare, ma le mie espressioni. Le scene dei maltrattamenti erano reali, sentite, dolorose. All’inizio ero costretto a essere anche attore dei miei film per questioni economiche, questa volta l’ho scelto”.
E conlude così: "Per la trama del film mi sono ispirato alla biografia di un mio amico, e solo io conoscevo a fondo le idiosincrasie e le complessità interiori del personaggio; nessun altro avrebbe potuto sostituirmi in questo ruolo difficile”.

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