AVANIM


Michale, trentenne israeliana, è sposata, ha un figlio e lavora con suo padre in un’azienda contabile di Tel Aviv che ha per clienti istituzioni religiose ultraortodosse. Ogni giorno cerca di conciliare i suoi impegni professionali, la famiglia e la relazione con il suo amante. Niente è lasciato al caso perché il minimo contrattempo potrebbe scatenare una serie di disastri. Finché un attentato terroristico colpisce l’hotel di Tel Aviv dove Michale e il suo amante avrebbero dovuto incontrarsi. Lui muore e la vita della donna viene sconvolta. «In ebraico avanim significa “pietre”. Questo Paese è pieno di pietre, e sono tutte simboliche. Ci sono le pietre del “muro del pianto”; le pietre con cui si costruiscono case e scuole; quelle tirate dai religiosi ai laici, e dai laici ai religiosi. Ci sono le lapidi, e le pietre che si pongono sulla cima della tomba come segno di commemorazione. Queste pietre ci segnano e diventano punti interrogativi. Possono servire a distruggere ma possono servire anche a costruire, a edificare. C’è una frase riferita a Saint-Just, durante la Rivoluzione Francese: “Con le stesse pietre possiamo erigere alla libertà un tempio o la sua tomba”». (Raphaël Nadjari)

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