L’attualità di Pasolini e la sua sfuggevolezza

Pesaro, 27 giugno. Si è svolta oggi nello spazio della Pescheria l’ultima delle tavole rotonde della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, dal doppio titolo Pasolini nostro contemporaneo e Pasolini pesarese. Ha fatto gli onori di casa il cofondatore della Mostra Bruno Torri: "La Mostra di Pesaro deve a Pier Paolo Pasolini molta gratitudine per averci aiutati nei primi anni: qui portò la sua relazione sul cinema di poesia, un testo molto innovativo e creativo che rifletteva lo stato della ricerca teorica sul cinema e i suoi tentativi di rinnovamento. Pasolini scrisse anche molti articoli su Pesaro e lo definì, come ci piace spesso ricordare, un luogo dello spirito". Giacomo Marramao riflette sull’attualità del pensiero di Pasolini: "Attualità è un termine che probabilmente non gli sarebbe piaciuto, la definirei piuttosto un’aderenza al proprio tempo. È sempre dal presente che si inviano i messaggi all’eternità. Facciamo però attenzione a non leggere il messaggio intellettuale di Pasolini come apocalittico: non era un critico del progresso, ma della crescita come quantità, dell’ossessione per il consumo che produce una distorsione del futuro. Secondo Pasolini non era possibile tornare indietro, ma provare a salvaguardare la creatività delle differenze, contro la violenza non esplicita del potere. E per farlo è necessario tornare alle radici del rapporto tra potere e corpo". Roberto Chiesi, responsabile del Centro Studi Pasolini, ricorda che "nei primi film di Pasolini, a partire dal Accattone, i sogni sono rappresentati come slegati dalla realtà. Dopo il 1965, cioè dopo l’intervento pesarese, l’elemento onirico inizia a contaminare in maniera più marcata il sua cinema: pensiamo a Edipo Re, con la tragedia di Sofocle rappresentata come un lungo incubo visionario, o all’alternanza delle due storie che compongono Porcile. Nel Fiore delle mille e una notte e Salò, infine, il sogno è stato completamente assorbito dalla narrazione e il cinema contiene in sé tutto gli elementi perturbanti dell’incubo". Adriano Aprà racconta i suoi primi contatti con Pasolini: "Nel 1965 intervistai Bernardo Bertolucci, sulla scia dell’entusiasmo per Prima della rivoluzione, e lui ci parlò di una relazione molto strana che Pasolini stava preparando per Pesaro, una relazione peraltro strutturata in maniera anomala per l’epoca, che prevedeva anche il supporto di proiezioni. Il mio primo incontro con Pasolini avvenne proprio alla Mostra. Era un uomo di grande generosità, che sapeva ascoltare. Per Uccellacci e uccellini chiese il mio parere, e quello di altri, perché era molto insicuro sul risultato e io gli dissi che proprio l’incompiutezza e la frammentarietà del film ne costituivano il punto di forza". Interviene anche Pierpaolo Capovilla che a Pesaro ha portato il suo reading di La religione del mio tempo: "Ho conosciuto il Pasolini poeta non più di qualche anno fa. Pasolini è ricordato spesso come cineasta, polemista, narratore, ma il poeta lo abbiamo un po’ dimenticato. Ieri sera ho interpretato un testo scritto alla fine degli anni cinquanta che suona straordinariamente feroce, arrabbiatissimo e crudele con la società italiana. Pasolini detestava lo Stato italiano ma provava un amore profondissimo nei confronti delle persone che vivono in questo consorzio umano. E abbiamo dimenticato, io credo, anche il Pasolini resistente, così come abbiamo dimenticato i valori della Resistenza, dal boom economico alla nostra contemporaneità. Nell’ultima intervista che Pasolini rilasciò a Furio Colombo diceva che gli italiani erano diventati macchine che cozzano l’una contro l’altra. Mi domando allora cosa penserebbe Pasolini dell’Italia di oggi. Tutta la sua poesia è percorsa da un desiderio socialista, continuamente frustrato, di un mutamento della realtà". Che cos’è allora la poesia, e in particolare la poesia di Pasolini? "È la narrazione della verità", dice ancora Capovilla, "quella verità che non vogliamo vedere e che invece Pasolini raccontò con rabbia e amore immenso. Ed è per questo che la poesia è così invisa al potere". Per Piero Spila, autore di una monografia dedicata a Pasolini in via di ripubblicazione, "confrontarsi con Pasolini porta sempre una vertigine. Il cinema di Pasolini non è moderno ma sempre contemporaneo ed eterno, capace di dire l’indicibile, di trasgredire il canone". E aggiunge: "La relazione tra Pasolini e la critica istituzionale non è stata facile". Stefano Rulli, sceneggiatore di Pasolini, un delitto italiano di Marco Tullio Giordana: "Confrontarsi con il Pasolini personaggio è stata sostanzialmente una sconfitta, ma una sconfitta salutare”. Stefania Parigi sul sacro pasoliniano: "Il linguaggio delle cose, in Pasolini, è sempre visto attraverso uno sguardo sacralizzante, feticistico, che dalla realtà estrae elementi da fissare in un’immagine sacra. Alla fine del suo percorso Pasolini è perfettamente consapevole che insieme alle ceneri delle parole ci sono anche le ceneri dell’immagine, sempre inafferrabili". Andrea Minuz si domanda cosa voglia dire misurarsi con il ’mito’ di Pasolini, inscindibile dalla sua morte: "Uno dei motivi per i quali non ho mai studiato Pasolini è che lui mi è sempre sembrato il miglior critico di se stesso. Quando ha girato Accattone, Pasolini non sapeva nulla di tecnica cinematografica, ma aveva una visione del mondo. Oggi è vero il contrario: è facile acquisire la tecnica, ma è raro trovare giovani autori con una visione forte come quella di Pasolini".


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