LE MAGNIFICHE OSSESSIONI DI TAYFUN PIRSELIMOGLU

LA PERSONALE DELLA 50+1 MOSTRA DEL NUOVO CINEMA DEDICATA A QUESTO POLIEDRICO ARTISTA TURCO

Pesaro, 26 giugno. Oggi al Centro Arti Visive Pescheria si è svolto l’incontro con il pubblico del regista turco Tayfun Piselimoglu che guidato dal moderatore Giovanni Ottone, si è raccontato apertamente partendo dalla sua infanzia e dal primo contatto con il cinema: “Sono nato a Trabzon, una piccola città sul Mar Nero che una volta era molto graziosa. A quel tempo confinava con l’Unione Sovietica, infatti ricordo che guardavamo la televisione russa. Mio zio lavorava in un cinema e mi ha trasmesso la sua passione per l’arte, anche se poi la mia formazione è stata diversa – sono un ingegnere – e solo quando più tardi mi sono trasferito a Vienna ho scoperto la pittura e ho scritto il mio primo romanzo.”

Solo dopo i trent’anni Pirselimoglu si è immerso nel mondo del cinema: “Dopo aver lavorato per alcuni anni come sceneggiatore, nel 1999 ho esordito nella regia con il cortometraggio My Uncle, utilizzando 30 metri di pellicola che mi erano stati regalati. È stata un’esperienza molto importante che mi ha fatto comprendere pienamente l’economia del girare”. Da lì infatti ha adottato sempre lo stesso metodo di lavoro per tutti i suoi lungometraggi riassumibile in: “troupe ridotta, piccolo budget, riprese in loco”, mentre per “il mio primo lungometraggio, Innowhereland, ho potuto contare su un budget maggiore”.

Poi il regista è passato a raccontare cosa voglia dire per lui fare cinema e quali siano le sue personali ossessioni: “Penso che per creare sia necessario avere un’ossessione in grado di dettare un’urgenza, una spinta a fare. Tra le mie personali ossessioni – che poi diventano elementi ricorrenti nei miei film – ci sono il tema dell’identità, i capelli, gli alberghi, e tre azioni tipicamente turche: guardare la tv (la Turchia è il secondo paese al mondo per consumo televisivo), fumare e mangiare.” Ma Pirselimoglu è un’artista a tutto tondo che non si dedica solo al cinema, è infatti anche scrittore e pittore (una serie di sue incisioni sono esposte in questi giorni in Pescheria) e ha parlato quindi delle immagini ricorrenti nella sua opera: “Altre immagini che ritornano sia nei miei libri sia nelle mie sceneggiature sono l’andamento circolare (un aspetto tipicamente orientale) e l’atto del pedinamento: seguire qualcuno per scavare nella sua vita e scoprire qualcosa che non si conosce”. Proprio da questo punto di vista ha rivelato una personale preferenza per i personaggi femminili: “Spesso, nelle mie opere, è l’uomo a seguire la donna, perché i personaggi femminili sono sempre portatori di un maggiore spessore drammatico. Mi è stato poi fatto notare più volte come i miei film siano ’deprimenti’, eppure contengono sempre una speranza. E’ vero, bisogna cercarla un po’, ma c’è sempre”.

Sulla struttura dei suoi film è molto chiaro: “Racconto le storie nel modo più semplice possibile: c’è un quadro all’interno del quale succede qualcosa, ma qualcosa accade sempre anche all’esterno dell’inquadratura”. Anche il pubblico quindi deve essere attento e partecipe del film per poterlo apprezzare pienamente: “Chiedo al pubblico di contemplare entrambe le realtà, dentro e fuori dal quadro. Il cinema è come un’arma carica con la quale si potrebbe sparare agli spettatori, ma non è questo il mio scopo. L’unica cosa che conta, a mio avviso, è la sincerità, perché ti consente di creare un terreno comune tra te, narratore, e il pubblico. Le storie sono come labirinti: ciascuno è chiamato a trovare una propria strada per percorrerle. I miei protagonisti sono persone normali, povere, che lavorano per sopravvivere. Non mi interessa seguire le regole del cinema commerciale”. L’autore turco ha poi concluso parlando delle sue fonti d’ispirazione cinematografiche: “Per quanto riguarda i miei riferimenti, non saprei indicare dei singoli autori. Amo molto il cinema sudamericano e quello del sud-est asiatico. Non ho studiato cinema, l’ho appreso guardando i film quasi senza rendermene conto”.


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