LO SGUARDO ALTROVE: LA NUEVA OLA CHILENA HA DOVUTO CERCARE I PROPRI PADRI LONTANO, DA CASSAVETES AL CINEMA IRANIANO, PASSANDO PER FELLINI E IL NEOREALISMO ITALIANO

PESARO, 28 Giugno 2013 – Il cinema cileno è stato protagonista anche di questa giornata della 49. Edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, oltre che con i film, anche con l’attesa tavola rotonda.

La Mostra, dopo aver esplorato in anni passati il Messico e l’Argentina, ha continuato quest’anno la perlustrazione delle cinematografie del Sud America proponendo, per la prima volta in Italia, un’ampia retrospettiva sul cinema cileno che nell’ultimo decennio si è segnalato come una delle produzioni più attive e innovative del continente latino-americano (e non solo). In seguito alla morte di Salvador Allende e la conseguente instaurazione di una lunga e sanguinaria dittatura militare (1973-1990), il cinema cileno ha vissuto una sua prima notorietà internazionale a seguito dell’espatrio di alcuni interessanti registi come Alejandro Jodorowsky, Miguel Littin, Raúl Ruiz o il documentarista Patricio Guzmán (omaggiato negli scorsi giorni con la proiezione di Nostalgia de la luz). Ma è solo a partire dal 2005 circa che il cinema cileno ha iniziato ad assumere dei caratteri di novità strutturale, attraverso le innovative opere prime dei registi presentati a Pesaro.

La tavola rotonda odierna ha visto intervenire davanti a un nutrito pubblico, tutti i registi e i produttori cileni presenti alla Mostra in questi giorni, a partire dal protagonista del focus Sebastian Lelio, passando per Alejandro Fernandez Almendras (regista di Huacho), Ignacio Rodriguez e Tomas Arriagada (regista e produttore di La chupilca del diablo, in concorso), Matias Bize (regista di Sabado e La vida de los peces), e Gonzalo Maza (sceneggiatore, produttore e critico cinematografico). Con il direttore della Mostra, Govanni Spagnoletti, presenti anche il regista italiano Vincenzo Marra (a Pesaro anche in veste di giurato e profondo conoscitore del Cile) e il critico Giovanni Ottone che del Nuovissimo cinema cileno ha parlato sull’ultimo numero della rivista CineCritica.

I registi ospiti a Pesaro, in gran parte giovani (Rodriguez, ad esempio, ha solo ventiquattro anni) e in più di un caso provenienti dalla neonata scuola di cinema di Santiago, testimoniano una situazione cinematografica molto vitale, ma al contempo fragile: “il sistema produttivo attuale è inadeguato” spiega Gonzalo Maza “perché non esiste sostegno per i nuovi autori. Negli anni Novanta sono stati prodotti soprattutto film commerciali allo scopo di riconsolidare l’industria cinematografica su un tessuto economico disastrato dalla dittatura. Liberi da qualsiasi vincolo commerciale e accademico, i registi della nuova generazione hanno optato per film a bassissimo budget, spesso girati grazie al coinvolgimento informale di gruppi di amici e compagni di studi”.

Tra i temi ricorrenti nelle opere viste alla Mostra, Maza evidenzia la famiglia, intesa non solo in senso canonico, ma come piccole comunità sempre precarie, minacciate dalla sensazione che tutto possa finire da un momento all’altro. Altro elemento comune è l’ambientazione negli spazi chiusi, nelle case o nelle stanze d’albergo, “per motivi economici ma anche poetici, perché gli ambienti piccoli e raccolti rappresentano un rifugio dove esplorare l’intimità dei personaggi.

“Siamo tutti orfani di genitori formali” dice Alejandro Fernandez Almendras “poiché per lungo tempo nel nostro Paese la dittatura ha impedito che venisse strutturata una scuola di cinema e tutti hanno dovuto cercare i propri padri altrove, da Cassavetes al cinema iranianiano, passando per il neorealismo italiano e Fellini ”.

Malgrado questi punti di contatto ogni autore mantiene però uno sguardo personale: “essere qui a Pesaro” dice Sebastian Lelio “ci fornisce la giusta distanza per riflettere sul nostro cinema. La ripresa del cinema cileno non è stata programmata a tavolino, è capitato semplicemente che persone appartenenti alla stessa generazione abbiano condiviso il desiderio e l’urgenza di fare film, capaci di rinnovare forme artistiche ormai bloccate e al tempo stesso essere testimoni e narratori dei cambiamenti che stanno avvenendo nella società cilena”.

Il numero di film cileni è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni e ora la vera sfida, riflette Ignacio Rodriguez, “è reinventare un modello produttivo e distributivo che sia sostenibile economicamente”. “Purtroppo il sostegno dello Stato” spiega Matias Bize “non è cresciuto di pari passi al talento degli autori. Spero che la situazione si consolidi e che questa generazione non vada sprecata”. Trovare una soluzione però non è semplice perché in Cile, continua Almendras, non è applicabile nemmeno il meccanismo - che in altri paesi dell’America del Sud si è rivelato buono - degli sgravi fiscali per le aziende che scelgono di investire direttamente nel cinema: “le esenzioni da noi non sono appetibili, le nostre aziende hanno mille modi, regolari e non, per non pagare le tasse”.

Anche uscire dal circuito dei festival per arrivare nelle sale e incontrare il pubblico vero è molto difficile. “Quasi tutti i film cileni escono in poche copie e possono contare su un tempo brevissimo di permanenza in sala”, spiega Maza. “I festival sono un’ottima cosa” continua Almendras “e penso che sia indispensabile credere nel proprio lavoro e sostenerlo indipendentemente dalle difficoltà, ma a un certo punto si avverte il bisogno di avere un riscontro dagli spettatori in forma reale. Con Gloria di Sebastian Lelio per fortuna è successo e ne sono contento”.

Interrogati sui progetti futuri, Lelio dichiara di essere al lavoro su una nuova sceneggiatura “ma è prematuro parlarne ora”, mentre Bize ha già pronto un titolo: “il mio prossimo film sarà La memoria de l’agua e vedrà protagonista una coppia che ha perso un figlio. Il progetto ha avuto l’appoggio del festival di Berlino, inizieremo le riprese l’anno prossimo e spero di poter poi tornare alla Mostra di Pesaro per presentare il film”.


Tra i film cileni proiettati oggi, nel pomeriggio è stato presentato Huacho (2009), opera prima di Alejandro Fernandez Almendras, presentato alla Semaine de la Critique a Cannes. Una lunga giornata estiva nella vita di una famiglia contadina del sud del Cile che lotta per adattarsi ad un mondo in continuo cambiamento. Dovendo affrontare numerose difficoltà giornaliere, emerge con forza lo spirito combattivo e risoluto di questa povera zona rurale del paese. Basato su vicende autobiografiche è girato con stile minimalista e senza sussulti emozionali, al limite del documentario, ma il regista riesce comunque a trasmettere una forte empatia con i personaggi.

L’altro film cileno di giornata è stato Carne de perro (2012) di Fernando Guzzoni, secondo film del regista di Santiago dopo il documentario sulla poetessa punk Stella Diaz, Colorina, di grande successo in patria. Il film vede protagonista un ex-militare del regime di Pinochet, interpretato da Alejandro Goic, che attraversa una crisi esistenziale dopo il suicidio di un collega. Alejandro cerca di ricostruirsi una vita, un’identità e recuperare il rapporto con la moglie che lo ha lasciato, ma è ancora prigioniero dei propri fantasmi e dell’ossessione di un passato che non potrà mai dimenticare. Carne de perro è un film cupo e claustrofobico che riflette il tormentato mondo interiore di un personaggio contrastante e respingente, con il quale è difficile identificarsi. Una prova di grande maturità stilistica per un regista appena trentenne alla sua prima prova nel cinema di finzione.


Per quanto riguarda il programma cileno di domani, sabato 29 giugno, al Teatro Sperimentale alle 11 La vida me mata di Sebastian Silva, alle 16.30 El año del tigre di Sebastian Lelio e alle 20 Bonsai (2011) di Cristian Jimenez. Alle 21.45 in Piazza del Popolo il film di chiusura della Mostra, in anteprima italiana, l’ultimo film di Sebastian Lelio, premiato anche a Berlino, Gloria.

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