Il nuovo cinema russo? E’ una matrioska con un cuore sperimentale

Il nuovo cinema russo? E' una matrioska con un cuore sperimentale

“Un cinema che finalmente guarda all’uomo, alla vita e alla schizofrenia della società russa”, concordano i relatori, che si sono confrontati sui problemi produttivi, sulla libertà di espressione e sull’emergente realtà della provincia. E il direttore Giovanni Spagnoletti annuncia, per il 2011, una sezione dedicata al documentario russo

Pesaro, 24 giugno – Foltissimo il parterre della tavola rotonda che oggi ha messo a confronto, alla 46. edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, i più importanti esponenti del cinema russo contemporaneo, protagonista di una ricca retrospettiva che comprende oltre 20 film, videoarte e un omaggio al movimento Cine Fantom. Accanto al direttore del festival Giovanni Spagnoletti sedevano Rustam Akhadov, Gleb Alejnikov, Tatiana Arzamasova, Irina Borisova, Olaf Möller, Ksenia Rappoport, Aleksey Fedorchenko, Antonio Geusa, Boris Khlebnikov, Marina Razbezhkina, Larisa Sadilova, Alena Shumakova, Bruno Torri, Vera Storozheva, Olga Strada, Boris Yukhananov: dalla discussione è scaturita una panoramica articolata e approfondita delle tendenze, delle contraddizioni e delle sfide di una cinematografia che sta vivendo un’importante rinascita in questo nuovo millennio.

“Vidi Stalker di Andrei Tarkovsky in anteprima europea proprio qui a Pesaro – ha detto Giovanni Spagnoletti - un festival che ha una lunga tradizione di rapporti con il cinema russo. Dopo la fondamentale retrospettiva, curata dal compianto Giovanni Buattafava, che nel 1980 ci aiutò a capire il cinema sovietico, era doveroso rendere conto della produzione della Federazione Russa per il grande schermo, realizzata da diverse anime e varie generazioni che hanno permesso una importante rinascita dopo il declino degli anni ‘90”. E la Mostra rende omaggio, con la sua retrospettiva, a tutte le anime di questa produzione: dal cinema d’autore premiato ai grandi festival alla videoarte, dalle opere underground agli Sguardi Femminili, fino al movimento “Cine Fantom”. L’unica realtà non esplorata è quella, vitale e composita, del documentario ma, promette il direttore, “sarà protagonista di una sezione dedicata nella prossima edizione del festival”.

A offrire subito un’efficace chiave di lettura della produzione del nuovo millennio è Alena Shumakova, una delle curatrici della rassegna: “Questa retrospettiva, come il cinema russo di oggi, è una matrioska, dove la bambola più grande è il cinema d’autore e quella più piccola, all’interno, è il movimento Cine Fantom, un club animato da un grande fermento culturale da cui sono usciti molti giovani registi e alcuni tra i maggiori professionisti dei media russi. Cine Fantom è la bambola più piccola, ma anche il cuore della matrioska”. Una metafora accolta e apprezzata da tutti i relatori, a partire dai registi Gleb Alejnikov e Boris Yukhananov, che ha spiegato: “Ai tempi dell’Unione Sovietica il nostro cinema era ‘sdoppiato’, costretto ad esprimersi dentro le regole del partito ma capace di far passare un ‘messaggio segreto’ con un gesto artistico – ha sottolineato – Oggi i registi possono parlare di sé stessi in prima persona, non in rappresentanza di un paese o di un partito. Ma l’unica cosa che possono esprimere è una scissione, una schizofrenia tipica del nostro popolo, con un linguaggio libero e sanguigno, non più predeterminato”. Una schizofrenia che appartiene alla società russa degli ultimi 20 anni, come conferma Olga Strada, tra le curatrici della retrospettiva, “e che è visibile in quasi tutti i film che fanno parte di questa rassegna, in cui spesso si racconta della ricerca di sé stessi e di una madre e di un padre ideali, oltre che di un più generico senso di abbandono”. Una “Madre Patria” che in molti considerano inafferrabile nella sua globalità, così estesa e complessa da non poter essere descritta che in modo frammentario.

Un ruolo importante nel mercato cinematografico russo è rappresentato dalla Fondazione per le Iniziative Sociali e Culturali di Mosca, presieduta dalla moglie del presidente della Federazione Russa Svetlana V. Medvedeva e rappresentata a Pesaro da Irina Borisova, che ne ha descritto la funzione di promozione del cinema russo presso le manifestazioni, grandi e piccole, organizzate in Italia e nel mondo, specificando che “l’Italia è il consumatore più attivo della nostra produzione, soprattutto nell’ambito dei festival e delle manifestazioni culturali”. Boris Khlebnikov, autore di tre pellicole della retrospettiva tra cui Koktebel, da cui è nata la società di produzione indipendente omonima, ha espresso soddisfazione per il fatto che “il cinema russo sta iniziando a rappresentare un vero e proprio osservatorio di ciò che avviene nella società. Molti registi diversi tra loro si esprimono oggi con un linguaggio unico e propongono un medesimo messaggio. Il cinema che guarda la vita è quello più interessante”. Marina Razbezhkina, documentarista e autrice di film di finzione tra cui The Hollow, propone un’altra metafora per spiegare il cambiamento di prospettiva del cinema russo verso la società: “Prima non studiava la realtà e l’uomo, ma si rivolgeva verso l’alto, verso Dio, o verso il diavolo. Oggi invece stiamo entrando nella ‘zona del serpente’, quello spazio vitale che, se non invaso, lascia indifferente l’animale, mentre se viene occupato provoca le sue reazioni. Noi cineasti oggi siamo entrati nella ‘zona del serpente’, abbiamo superato la linea e siamo penetrati nello spazio intimo dell’uomo di cui prima tutti si disinteressavano e che, pur potendo sembrare noioso, è ricco di cose interessanti da scoprire”.
Un cambio di prospettiva che è diventato anche geografico e paesaggistico, visto che i giovani registi puntano sempre più spesso la macchina da presa sulle zone remote del paese, lasciando la metropoli fuori campo. “Io giro soprattutto in provincia – dice Larisa Sadilova, autrice di With Love, Lilly - Mosca secondo me non è rappresentativa della Russia e sono molto più interessata all’uomo e al suo rapporto con lo spazio che lo circonda”. La regista sottolinea poi le difficoltà produttive che colpiscono oggi gli autori meno interessati a un cinema commerciale, confortata dalle parole di Rustam Akhadov, produttore e marito della Sadilova: “I film più richiesti dal mercato sono quelli di intrattenimento o patriottici, e io produco solo le pellicole di mia moglie anche perché è difficile trovare fondi sufficienti per finanziare altri film. Quest’anno non potremo produrre film, e avremo il tempo di cercare co-produttori stranieri per un nuovo progetto”. Aleksey Fedorchenko, unico non moscovita tra i relatori, conferma: “Anche in provincia, da qualche tempo, ci sono grandi difficoltà perché non ci sono finanziamenti per il cinema. Lo sviluppo secondo me in questo momento è bloccato, dovremo aspettare almeno un anno o due per ripartire”. Autrice di Travelling with Pets, proiettato ieri sera in Piazza del Popolo, Vera Storozheva riprende il discorso sul cinema commerciale, affermando che “tutto sta cambiando. Dobbiamo renderci conto che chi finanzia il cinema ora sono la tv e i privati e dobbiamo adeguarci. Io stessa ho girato con finanziamenti privati una pellicola mainstream, ma il problema oggi è soprattutto la distribuzione: gli spettatori russi non vanno al cinema, anche perché ci sono poche sale”. “La crisi seleziona – risponde Katya Shagalova, che ha firmato Once Upon a Time in the Provinces - è triste ma è così. Dobbiamo darci da fare perché nessun deus-ex-machina risolverà la situazione”. Selezionatore del programma di videoarte proiettato ieri sera, Antonio Geusa ha sottolineato invece che “a differenza del cinema, la videoarte è sempre stata nella ‘zona del serpente’, vicina all’uomo, e che non ha mai subìto la crisi né il problema del confronto con la tradizione, essendo una forma espressiva giovane, nata appena venti anni fa”.

In chiusura un accenno alla questione del rapporto del nuovo cinema russo con la politica ed eventuali forme di censura, da cui è emerso che in alcuni casi gli autori sono “difesi dal sistema” e riescono più facilmente a ottenere finanziamenti e distribuzione, mentre in molti altri è il mercato a “censurare”, quando non i registi stessi, che si impongono una direzione più commerciale che gli garantisca maggiore visibilità. In epoca sovietica lo Stato controllava tutta l’espressione artistica, oggi invece le maglie sono più larghe e “il cinema non è più un mezzo di propaganda. Questo ruolo è demandato alla televisione”, conclude Boris Khlebnikov.

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