Perché si tirano tante pietre? Avanim di Raphael Nadjari

Pesaro, 23 giugno. Dopo la proiezione ieri del monumentale documentario in due parti Historia shel h’akolnoa ha’israeli (A History of Israeli Cinema) di Raphaël Nadjari che ha inaugurato il focus che la Mostra ha voluto dedicare al grande cineasta francese, oggi è stato presentato al Teatro Sperimentale Avanim, alla presenza del regista, del direttore artistico Giovanni Spagnoletti e di uno dei curatori della retrospettiva sul Cinema israeliano Contemporaneo, Ariel Schweitzer, che hanno introdotto il film al pubblico.
Dopo un breve intervento in cui ha ricordato l’appuntamento di domani sera in Piazza con un altro film di Raphaël Nadjari, Tehelim, e la tavola rotonda di giovedì mattina sul cinema Israeliano, Giovanni Spagnoletti ha lasciato la parola a Ariel Schweitzer e a Raphaël Nadjari.

“Il film di Raphaël Nadjari definisce il posto del giudaismo all’interno della società israeliana di oggi” ha detto Ariel Schweitzer “attraverso la storia di una famiglia divisa tra religione e laicità. Ed è un film iniziatore nella storia del cinema israeliano perché la religione ne è sempre stata assente. La crisi dei valori che ha investito la società israeliana ha riguardato tutti i fronti anche quello del cinema e la presa di coscienza del rapporto tra giudaismo e società israeliana da parte del cinema avviene attraverso due film: Avanim di Raphaël Nadjari e Kadosh di Amos Gitai che guarda caso hanno entrambi per protagonista una donna che diventa l’emblema di questo confronto che la società israeliana ha rispetto alla laicità e alla religione”.

Avanim racconta la storia di Michale, trentenne di Tel Aviv, sposata con figlio, che cerca ogni giorno di conciliare i suoi impegni professionali, la famiglia e la relazione con il suo amante. Un attentato terroristico colpisce l’hotel di Tel Aviv in cui Michale e il suo amante dovevano incontrarsi. Lui muore e la vita della donna viene ovviamente sconvolta.

Raphaël Nadjari, regista francese che ha girato i suoi film prima a New York e poi in Israele, cerca di mantenere uno sguardo semplice sulle cose che lo circondano come lui stesso ha affermato: ‹‹Non sono un sociologo e non affronto grandi temi pensando di risolverli in modo assoluto. Preferisco proporre una lettura semplice e anche positiva della situazione. Il mio film lancia uno sguardo all’interno di questa società fratturata…fratturandola ancora di più. Destruttura giudizi e pregiudizi alla base per fare un’analisi o meglio uno studio della società israeliana in questo momento. Penso che possa nascere un progetto positivo che potrà sopravvivere solo se si è disposti ad accettare l’altro. È un cammino fatto di pietre proprio come il titolo del mio film.
In ebraico avanim significa infatti pietre. Questo Paese è pieno di pietre, e sono tutte simboliche. Ci sono le pietre del "muro del pianto"; le pietre con cui si costruiscono case e scuole; quelle tirate dai religiosi ai laici, e dai laici ai religiosi. Ci sono le lapidi, e le pietre che si pongono sulla cima della tomba come segno di commemorazione. Queste pietre ci segnano e diventano punti interrogativi. Possono servire a distruggere ma possono servire anche a costruire. C’è una frase riferita a Saint-Just, durante la Rivoluzione Francese: “Con le stesse pietre possiamo erigere alla libertà un tempio o la sua tomba”››.

 

 


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