Questa terra è la mia terra: minoranze beduine in Israele

Questa terra è la mia terra: minoranze beduine in Israele

Pesaro, 27 giugno 2012 – Al “Cinema in Piazza” ieri sera il direttore artistico Giovanni Spagnoletti ha avuto modo di presentare il terzo film in Concorso, si tratta di Sharqiya dell’israeliano Ami Livne, un’opera che si confronta con la realtà della minoranza beduina.

Due fratelli beduini vivono, assieme alla moglie del più vecchio dei due, in due baracche adiacenti costruite nel deserto e isolate da tutto. Kamel, il protagonista, va ogni giorno a lavorare come addetto della sicurezza in una stazione israeliana e aggiusta occasionalmente televisori e radio, mentre l’altro fratello vive tradizionalmente allevando il bestiame, mentre la moglie, che vorrebbe studiare, è costretta ai lavori di casa. Nonostante la terra su cui abitano sia loro da generazioni, non hanno i documenti che lo attestino, così il governo israeliano consegna loro un ordine di demolizione. Kamel cerca di attirare l’attenzione dei media locali sulla loro questione sventando un attentato da lui stesso preparato, ma le cose non andranno come sperato.

Il giovane regista israeliano sceglie temi e condizioni difficili per la sua opera prima, tanto da meritare i finanziamenti pubblici del suo paese. L’atmosfera, lo stile di ripresa, la fotografia, il paesaggio, si amalgamano perfettamente, in una terra arida e inospitale nella quale il protagonista si muove come indifferente, svuotato di qualsiasi emozione, tanto quanto la regia è asettica nel pedinare Kamel nella sua quotidianità, senza alcun sussulto. Questa apparente freddezza riesce a restituire in realtà il mondo interiore del suo protagonista, descrivendo con poche pennellate una comunità (quella beduina), un’intera società (quella israeliana) e il rapporto ciclicamente conflittuale tra di esse.

Nella conferenza stampa che ha seguito la proiezione del film, Ami Livne ha raccontato con precisione – e passione – delle difficoltà di girare un film del genere, di guadagnare la fiducia della comunità beduina, inizialmente diffidente nei suoi confronti fino a riternerlo un infiltrato del governo. Altrettanto difficile è stato trovare gli attori adatti (rigosamente non professionisti e realmente beduini) e, soprattutto, le location, per le quali l’infinita lotta per i permessi con il governo israeliano è stato risolto infine grazie all’imposizione dei beduini stessi. Ami Livne, da israeliano, ha avuto il coraggio di raccontare una minoranza ignorata dalla società, trattata come un disturbo da relegare ai suoi margini (come dimostra la scena dell’intervista “tagliata”); per questo sono state creati dal governo villaggi appositi nei quali poterli controllare, per non farli “spargere” per il deserto. Ma l’attaccamento della comunità alla propria terra, loro da generazioni, è tanto forte che anche quando, come si vede nel film, le loro baracche vengono abbattute, è normale ricostruirle nello stesso identico posto, anche per trenta o quaranta volte.

Il giovane regista è riuscito inoltre a rappresentare le spaccature interne alla comunità beduina, incarnate dai due fratelli protagonisti: uno, Kamel, cerca di modernizzarsi e integrarsi nella società lavorando al suo interno, mentre l’altro vuole continuare a vivere rispettando le proprie tradizioni secolari e rifiutando il contatto con altre culture. Un aspetto che si riflette anche nel trattamento riservato alla moglie di quest’ultimo che il regista vede come “un personaggio tragico che vorrebbe il cambiamento, ma non può abbandonare le tradizioni, può solo muoversi al loro interno.” Nonostante la durezza del film nel mostrare la condizione nella quale vivono i beduini e il loro difficile rapporto con la società israeliana, il regista la ritiene un’opera positiva e, soprattutto, necessaria: “per me è un film patriottico, l’ho fatto per cercare di rendere Israele un posto migliore per tutti e sensibilizzare il pubblico verso questa minoranza.”

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