Solanas a Pesaro

FERNANDO SOLANAS: A PESARO PER RACCONTARE QUEL LONTANO ’68 …
Quando la Mostra vedeva la partecipazione attiva di studiosi e cineasti del calibro di Gianni Toti, Pier Paolo Pasolini, Roland Barthes, Umberto Eco e molti altri

Pesaro 27 giugno 2008. Con un dibattito al Teatro Sperimentale, si è concluso ieri pomeriggio l’Evento Speciale dedicato a Fernando Solanas e al suo La Hora de los Hornos (L’ora dei forni ), film documentario che diresse con Octavio Getino ed ebbe la sua prima mondiale proprio qui a Pesaro nel 1968, aggiudicandosi il “Premio della Critica”.

Come nel lontano ’68 (con la Mostra alla sua quarta edizione), al dibattito di ieri, Solanas era insieme all’amico Bruno Torri – cofondatore della Mostra del Nuovo Cinema con Lino Miccichè. Torri ricorda che “già notevolmente prestigiosa, la Mostra vedeva la partecipazione attiva di studiosi e cineasti del calibro di Gianni Toti, Pier Paolo Pasolini, Roland Barthes, Umberto Eco e molti altri”.

“Gli intenti sempre dichiarati dei responsabili” – spiega Torri – “a partire dallo stesso direttore Miccichè, erano di sostenere e far conoscere un cinema diverso e nuovo. Pesaro non era quindi una manifestazione che offriva motivi di contestazione: essendo essa stessa una manifestazione di contestazione”, ma sulla scia delle proteste studentesche del maggio francese, i fermenti arrivarono anche qui e la Mostra è stata erroneamente presa di mira nell’ambito di quegli scontri.

“Dopo la proiezione della pellicola di Solanas infatti” – continua Totti - “tutta la folla ha riempito la piazza e c’è stata una repressione che la polizia ha provveduto a sedare anche arrestando alcuni cineasti”. Inserita in quel contesto politico, La Hora de los Hornos -“pellicola-manifesto”, a detta di Torri, “di un’indimenticabile edizione” - poteva infatti far scaturire reazioni che, ha affermato il regista, “al tempo non avevamo previsto”.

Un ricordo assolutamente indimenticabile di quell’esperienza per il regista argentino che - tornando a Pesaro dopo 40 anni – racconta di come il suo si poneva come “un cinema critico, che attraverso il racconto socio-politico e storico dell’Argentina e del continente indio-americano più in generale, si poneva come una sorta di finestra e di apertura al mondo per me che venivo da un Paese sotto dittatura militare”.

Il futuro per Fernando Solanas si prevede molto produttivo. “Riprendendo la ricerca iniziata con L’ora dei Forni, ho sentito la necessità di continuare a dire qualcosa su quella scia – anticipa, raccontando che, “come 40 anni fa, sto andando in giro per il Paese per continuare a filmare la realtà”. Il progetto dovrebbe essere pronto per settembre e chissà che non sarà in programma nella prossima edizione della Mostra.

TRAMA
Sottotitolo: Appunti e testimonianze sul neocolonialismo, la violenza e la liberazione. Diviso in 3 parti: 1) "Neocolonialismo e violenza" (95m), in 13 capitoli; 2) "Atto a favore della liberazione" (120m), in 2 sezioni "Cronaca del peronismo, 1945-53" e "Cronaca della resistenza, 1955-66" e 22 capitoli; 3) "Violenza e liberazione", in 12 capitoli. Nella 1a parte si analizzano la storia, la geografia, l’economia, la situazione socio-politica dell’Argentina (ma il discorso è esteso a tutto il continente latino-americano, anzi indo-americano, come gli autori dicono), le forme vecchie e nuove del colonialismo, la violenza quotidiana (bassi salari, polizia, latifondo, analfabetismo, malattie), la violenza politica e quella culturale, la collusione dell’oligarchia agraria e dell’alta borghesia industriale con i trusts stranieri. Nella 2a parte si fa la cronaca del movimento peronista argentino, mentre con un collage di testimonianze, lettere e interviste la 3a parte propone materiali di base per una discussione tra militanti sino al "canto finale" della violenza rivoluzionaria, non più oppressiva, ma liberatoria. In chiusura una lunga inquadratura di Ernesto "Che" Guevara (1928-1967), assassinato in Bolivia durante le riprese. Girato in Argentina dai 2 registi fondatori del movimento Cine-Liberacion e finito di montare in Italia (con l’aiuto di Valentino Orsini), fu premiato alla Mostra di Pesaro del 1968. La 1a parte, mutilata di 5 minuti, ebbe nel 1972 un’effimera distribuzione sul mercato italiano. Nel 1973, ritornato al potere Peron, Solanas sostituì la parte finale del "Che" con episodi della cronaca politica argentina, il che gli valse attacchi e accuse di involuzione politica, ma conferma il carattere "aperto" del film, sin dall’inizio inteso come opera d’intervento. I forni del titolo sono quelli accesi dagli indigeni che i primi navigatori europei intravvedevano lungo le coste dell’America del Sud. L’espressione è tolta da una frase di José Marti (1853-95), poeta, patriota e rivoluzionario cubano: "E l’ora dei forni, e non bisogna vedere che la luce". Anche chi condivide soltanto parzialmente le tesi e il discorso di parte, non può non interessarsi alla documentazione e al modo ora didattico, ora metaforico con cui è esposta e organizzata in questo film, considerato uno dei modelli del cinema militante politico e un esempio forse unico di riflessione storica in forma cinematografica.

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