Tavola rotonda: Panorama USA – Il cinema sperimentale-narrativo nel nuovo millennio

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Tavola rotonda: Panorama USA – Il cinema sperimentale-narrativo nel nuovo millennio

A QUESTO LINK E’ POSSIBILE VEDERE E ASCOLTARE UN’INTERVISTA COLLETTIVA AI REGISTI AMERICANI REALIZZATA DAL PESARO FILM FEST : http://vimeo.com/99334998

Pesaro, 27 giugno. Si è svolta questa mattina alla 50. Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro la tavola rotonda sul cinema sperimentale-narrativo americano post 11 settembre che, moderata da Giovanni Spagnoletti e dal curatore Jon Gartenberg, ha visto confrontarsi i sei prestigiosi ospiti venuti da oltreoceano: Julie Talen, Abigail Child, John Canemaker, Bill Morrison, Thomas Allen Harris e Matthew Porterfield.
Esordisce Spagnoletti che ricorda come all’inizio degli anni ’90 la Mostra avesse già trattato il cinema statunitense, ospitando tra gli altri proprio Abigail Child, presente anche oggi. Il direttore artistico ha spiegato come le prospettive di allora fossero completamente diverse da quelle di oggi. La selezione di quest’anno vuole essere una panoramica a 360 gradi di quello che sta avvenendo nel cinema americano indipendente di oggi, e in particolare a New York, spaziando dalla pura fiction alla docufiction, dai documentari ai film di montaggio, dai found footage agli home movies.
Il curatore Jon Gartenberg ha poi ringraziato Giovanni Spagnoletti per aver accettato di mettere in programma ogni tipo di film e di qualunque formato, dimostrando una disponibilità e un’apertura difficile da trovare persino nei festival. Gartenberg ha spiegato come il regista del film proiettato prima della tavola rotonda, A Loft di Ken Jacobs, è un esponente del vecchio sperimentalismo americano, così come Stan Brakhage (protagonista di una proiezione del 28° Evento Speciale) e Jonas Mekas (presente lui stesso in Panorama USA), vero e proprio padrino del filone, uno dei primi a rendersi conto che era possibile fare cinema in piena libertà e nel rispetto della propria visione, senza dover passare per forza attraverso i sistemi produttivi tradizionali.

I primi due registi a intervenire, Julie Talen e John Canemaker, hanno raccontato il loro percorso e la loro condizione – difficile – di cineasti indipendenti e sperimentatori. La Talen, presente a Pesaro con Pretend ha dichiarato: “Ho cominciato come sceneggiatrice e, benché alcuni lavori più commerciali mi abbiano consentito di finanziare i miei progetti personali, ho sempre dovuto mantenere uno stile di vita modesto per cercare di conservare la mia indipendenza.” Canemaker, che a Pesaro ha tenuto una masterclass e portato l’animazione premio Oscar The Moon and the Son, invece racconta: “Il mio percorso professionale è stato atipico, per molti anni sono stato un attore, un tipo di esperienza che mi è stata comunque molto utile anche per l’animazione. Non mi interessa entrare a far parte dei grandi studios, ma solo di poter fare ciò che mi interessa. Oggi insegno animazione, ne scrivo e realizzo i miei film. Lo dico anche ai miei studenti, che spesso hanno come unico obiettivo quello di entrare alla Pixar: cercate di esprimere innanzitutto voi stessi, come esseri umani e come artisti”.
Il regista Thomas Allen Harris ha invece raccontato la natura dell’opera documentaria presentata a Pesaro, Through a Lens Darkly, suo ultimo lavoro “Il mio film è dedicato alla storia della fotografia afroamericana, la storia dell’identità di un’intera comunità. L’ho girato pensando in termini musicali, come se le cinquantadue persone coinvolte fossero le voci di un coro. In quanto artista gay e afroamericano rifletto molto sull’importanza di trovare e riconoscere il proprio volto. Non a caso uno dei miei primi film si intitolava That’s My Face.”
La veterana Abigail Child, alla Mostra con The Suburban Trilogy, riflette tra le altre cose sulla condizione femminile, uno dei temi portanti della sua opera: “Come donna e come cineasta, mi interessa riflettere sulla presenza, o meglio sull’assenza, di modelli femminili. Da questo punto di vista, quand’ero bambina sentivo un senso di esclusione e anche in seguito, come artista, vedevo che i miei colleghi maschi avevano degli eroi, ma io non mi riconoscevo in nessuna eroina.” Continua raccontando della sua formazione e della sua visione del cinema: “Per quanto riguarda il mio percorso, da giovane ho iniziato come fotografa, ho girato dei documentari politici e mi sono resa conto che la forma è importante tanto quanto il contenuto. A volte mi dicono che i miei film sono molto diversi l’uno dall’altro, ed è vero, non voglio limitarmi a una sola strada espressiva. Credo che le formule per il successo, in senso hollywoodiano, siano limitanti.
Anche Bill Morrison ha parlato della sua formazione dicendo di aver iniziato come pittore, per avvicinarsi solo in un secondo momento all’animazione. Ha poi raccontato del film che ha presentato a Pesaro, The Great Flood, sulla piena del Mississipi degli anni ’20 e la nascita del Delta Blues a Chicago: “Per il mio film sono partito dalla forma, dai materiali originali d’epoca sull’inondazione del Mississippi, e da lì ho tratto il contenuto: ho permesso così alle immagini di raccontare la propria storia. In Through a Lens Darkly c’è una frase che mi ha molto colpito, ‘rendere visibile l’invisibile’, che nel caso del mio film è vera in senso letterale, perché abbiamo portato sullo schermo del nitrato di cellulosa che non era mai stato sviluppato completamente, della pellicola rimasta in archivio per anni che nessuno aveva avuto la possibilità di vedere. Per me ‘sperimentare’ vuol dire dare al pubblico il beneficio del dubbio, senza fornire risposte preconfezionate. Come spettatore voglio trarre autonomamente le mie conclusioni da quello che vedo.”
Matthew Porterfield, presente a Pesaro con Hamilton (il suo primo lungometraggio, del 2006), ha iniziato nel campo del teatro e della fotografia. Dopo aver lasciato l’università si è formato al New York Film Archive, ha girato tre lungometraggi e oggi insegna, pur non avendo una laurea, come tiene a ricordare. E poi afferma: “Continuo costantemente a imparare per conoscere il mondo ed esplorare la visione, lo sguardo. Il cinema per me è uno specchio rivolto sul mondo, fare sperimentazione significa essere interessato non solo al prodotto finito, ma anche al processo.”
Thomas Allen Harris conclude gli interventi degli ospiti-registi con un plauso a Pesaro: “Ho imparato molto dal programma proposto qui e da questa occasione di confronto con i miei colleghi. In America il sistema dei festival mette molta pressione addosso ai cineasti, e sembra che l’unico motivo per andarci sia ottenere una sorta di riconoscimento e un successo personale fine a se stesso.” Gli fa eco il curatore Jon Gartenberg che chiude la tavola rotonda con un appello ai festival: “Spesso nei festival si punta sull’anteprima, per attirare l’industria e la stampa, ma questo non fa l’interesse del pubblico, né dei cineasti. La cosa importante è proporre programmi interessanti, non preoccuparsi del fatto che il film sia stato già visto altrove, perché i festival dovrebbero essere soprattutto dei luoghi dove fare educazione.”

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