Programma
2025

18 Giugno
Mercoledì 18-06-2025
ore 17:15
Chiesa della Maddalena

Foto 4 Como suturar la tierra

Simone Massi

IMMEMORIA

Italia 1995 , 1’

 

Ore 17:15
Corti in Mostra - Focus Simone Massi


A GUERRA FINITA (Italia, 2022, 5’)
IN QUANTO A NOI (Italia, 2022, 5’)
L’INFINITO (Italia, 2020, 2’)
L’ATTESA DEL MAGGIO (Italia, 2014, 8’)
ANIMO RESISTENTE (Italia, 2013, 4’30”)
VENEZIA / MASSI (Italia, 2012, 1’)
LIEVE, DILAGA (Italia, 2012, 1’)
DELL’AMMAZZARE IL MAIALE (Italia, 2011, 6’)
NUVOLE, MANI (Francia, 2009, 8’)
LA MEMORIA DEI CANI (Italia, 2006, 8’)
IO SO CHI SONO (Italia, 2004, 3’)
PICCOLA MARE (Italia, 2003, 4’)
TENGO LA POSIZIONE (Italia, 2001, 4’)
PITTORE, AEREO (Italia, 2001, 4’)
KEEP ON! KEEPIN’ ON! (Italia, 1997, 3’20”)
IMMEMORIA (Italia, 1995, 1’)

Alla presenza del curatore

   

MILENA GIERKE crediti Martin Schoeller

 

Simone Massi (Pergola, 1970) è un ex operaio, di origine contadina. Ha studiato Cinema di Animazione alla Scuola del Libro di Urbino. A partire dal 1994, Massi ha ideato, realizzato e diretto un lungometraggio e ventisette cortometraggi di animazione, film che sono stati mostrati in 111 Paesi dei cinque continenti e hanno raccolto 1800 selezioni e oltre 900 premi. Fra i riconoscimenti più importanti un David di Donatello (tre candidature), tre Nastri d'Argento (undici nomination), un Premio Flaiano. Alla principale attività di animatore e regista Massi affianca quella di illustratore, con 15 libri all'attivo. È stato inoltre autore del manifesto e della sigla dalla 69ª alla 73ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, festival che nell'edizione del 2012 lo ha omaggiato con una proiezione speciale di tutti i suoi cortometraggi.

 

 

Pierpaolo Loffreda

Ben pochi sono gli autori del cinema d’animazione italiano ad essere riusciti a realizzare un lungometraggio – splendido, fra l’altro – senza cedere a logiche industriali e all’omologazione dei gusti dominante, ma riscuotendo comunque ottimi riscontri da parte del pubblico in sala.
Simone Massi, con Invelle, ha ottenuto questo risultato, il che ci conforta. È nato, in una famiglia di lavoratori, a Pergola, comune del pesarese in cui è forte l’influenza umbra e vivo il ricordo di una storia antica, di conflitti, cultura e fatica: una terra aspra, crocevia di genti per millenni, come un po’ tutta la provincia italiana (lo testimoniano mura, chiese, palazzi, in concorrenza con quelli dei vicini). Come molti altri animatori italiani, si è formato alla Scuola del Libro di Urbino, poi ha fatto l’operaio, ha affinato il mestiere allo Studio Bozzetto a Milano, e quindi ha iniziato a lavorare in proprio alle sue invenzioni, in maniera sempre artigianale, rinunciando al digitale, ma puntando tutto sul disegno: il suo tratto originale, inconfondibile. Presenze fondamentali nei suoi film sono i contadini, in gesti ieratici, uguali nei secoli, oppure persi nei loro silenzi. Le mani e i volti che li animano sono scolpiti nel legno, o magari nella pietra, così come gli sguardi interrogativi dei bambini cresciuti in fretta. La ritualità della vita dei campi non viene, però, esibita retoricamente: tutto si consuma in gesti semplici, nell’afferrare oggetti poveri, nell’agire quotidiano, e nel rapporto con gli animali, domestici e non, che accompagnano l’esistenza: i cani, innanzitutto, poi i bovini, il maiale, le anatre, gli stormi di uccelli, il merlo, e infine il pettirosso, dotato di una forte funzione simbolica (come la sciarpa rossa, ricorrente): il vermiglio che si stacca dal buio, la vita che resiste quotidianamente. Molto curata la composizione delle figure nelle inquadrature, come anche l’alternarsi metodico di luci e ombre, in un quasi bianco e nero che rimanda anche ad una tradizione cinematografica consolidata. Reiterato l’atto dello stendersi a terra da parte dei personaggi, quasi a smarrirsi e a perdere il senso della razionalità. Prevale la comprensione, il rispetto per gli umani e per le bestie: una resistenza continua.
Persi nel gioco ingannevole della memoria, sogno e ricordo tendono a confondersi, nei film di Simone Massi, e così la dimensione onirica del linguaggio si sposa con la concretezza della materialità: le forme, le figure, il cielo, la terra calpestata dalle persone. E il passaggio da un mondo all’altro, così contigui, è reso con le carrellate: segno distintivo del suo cinema. Non viene tralasciata la sofferenza millenaria di chi lavora la terra: lo schiavismo mezzadrile, durato così a lungo, l’ingiustizia subita (per non dire della condanna, ancora peggiore, dei braccianti: un affronto che dura ancora oggi senza che nessuno se ne scandalizzi). Il culmine della tragedia, l’atto di sangue, è lasciato fuori campo, come nei classici greci antichi, e la misura del racconto è data dall’ellissi, da allusioni, rimandi impercettibili ad altro.
Simone ha scelto di vivere appartato, secondo la lezione di Epicuro, Lucrezio e Ovidio, lontano dai riflettori, nei luoghi in cui è nato: il distacco è fondamentale per pensare, per sognare, per un lavoro tutto manuale, basato sulla costanza e sull’impegno, con l’aiuto solo di pochi collaboratori fidati, e di familiari, come la moglie Julia Gromskaya, illustratrice e anche lei autrice di film d’animazione. Ha detto, riecheggiando un’altra lezione, quella di John Cassavetes: «Le persone per me vengono prima delle opere». E anche questo è un grande merito, secondo noi.

 

 

a cura di Pierpaolo Loffreda

Quale è stata la tua formazione culturale?
La stessa di mio padre e di mia madre, una formazione contadina e operaia, che ha sempre messo la persona e l'etica al primo posto.

Come si è sviluppato il tuo percorso artistico?
All'inizio in maniera casuale e talvolta confusa, in certi frangenti perfino scanzonata e divertita. Poi, col cambio di secolo e di millennio, mi è parso tutto più chiaro, al punto che alla presa di coscienza (di me, del lavoro da fare) si è affiancata una determinazione feroce, che non lascia spazio al compromesso.

Quali sono i tuoi riferimenti cinematografici, gli autori che senti più affini?
Sempre gli stessi: Tarkovskij, Angelopoulos, Wenders.

E quelli letterari?
Cesare Pavese, Italo Calvino, Mario Rigoni Stern.

E i pittori?
Giotto, Beato Angelico, Piero della Francesca.

Con che materiali lavori?
Materiali poveri: dei fogli di carta da fotocopie, pastelli ad olio bianchi, neri e rossi, puntesecche e sgorbie.

Come collaborate tu e tua moglie Julia?
Scambiandoci consigli. Lei è molto più brava di me per quel che riguarda l'utilizzo del colore, io ho una buona esperienza di regia.

Cosa pensi del cinema contemporaneo, d’animazione e non?
Ho scelto di non stare al passo con i tempi, e come logica conseguenza sono pochissimo informato. L'esperienza col lungometraggio mi ha confermato quello che già immaginavo: è il periodo peggiore per fare cinema, non capisco nessuno dei meccanismi che sono alla base e regolano questa forma d'arte, non mi sta bene niente.

 


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