Cinema in Piazza
Ore 21:30
Premio Pesaro Nuovo Cinema ad Arielle Dombasle
A seguire
Omaggio Arielle Dombasle
LES SECRETS DE LA PRINCESSE DE CADIGNAN (Francia, 2023, 88’) di Arielle Dombasle
Alla presenza della regista
Ciò che Balzac ci fa sentire in modo straordinario è che in amore si agisce e si è agiti. Si inganna, si mente, si avanza di una pedina, solo per fingere di ritirarla. Ma, soprattutto, si viene agiti: il sentimento amoroso cresce in noi a nostra insaputa. Non ci lascia andare, e alla fine viene a galla, con una evidenza che può sopraffare di gioia e di paura. Ecco infatti ciò che accade ai nostri due protagonisti: la principessa Diane de Cadignan – l’ultima grande dame dell’Ancien Régime, ma anche la prima donna moderna, a modo suo – e Daniel d’Arthez, grande scrittore cattolico e monarchico. (Arielle Dombasle)
Valerio Carando
« La voix, les mouvements, les gestes, les regards, j’ai tout admiré dans votre création dans le spectacle de Kleist. […] Je voulais vous dire que vous êtes bien, très bien, quelqu’un de rare et de beau »
François Truffaut, 1979
Attrice, regista, sceneggiatrice. In una parola, cineasta. Arielle Dombasle ha attraversato con la sua presenza eterea e carismatica, segnandoli in profondità, alcuni tra i più appassionanti film-happening di Éric Rohmer (Il fuorilegge, 1978; Catherine de Heilbronn, 1980; Il bel matrimonio, 1982; Pauline alla spiaggia, 1983; L’albero, il sindaco e la mediateca, 1993), Alain Robbe-Grillet (La belle captive, 1983; Un bruit qui rend fou, 1995; Gradiva, 2006), Raúl Ruiz (Fado majeur et mineur, 1993; Promenade, 1995; Tre vite e una sola morte, 1995; Il tempo ritrovato, 1998; Les Âmes fortes, 2001) e Chris Marker (Junkopia, 1981; Sans soleil, 1982; Tokyo Days, 1988), tanto per citare un pugno di autori che alle pratiche del «nuovo cinema» hanno voluto consacrare il loro vitale e frastagliato percorso di ricerca. Come attrice ha lavorato negli anni con molte importanti figure del cinema francese e internazionale, assecondando traiettorie disordinate ma perlopiù feconde: Alexandre Astruc (Louis XI ou le Pouvoir central, 1979), Roman Polanski (Tess, 1979), Shūji Terayama (Les Fruits de la passion, 1981), José Giovanni (Une robe noire pour un tueur, 1981), Olivier Assayas (Laissé inachevé à Tokyo, 1982), José Luis Guerín (Los motivos de Berta, 1984), Guy Hamilton (Try This One for Size, 1989), Fernando Trueba (La scimmia è impazzita, 1989), Daniel Schmid (Hors Saison, 1992), Peter Handke (L’Absence, 1992), Agnès Varda (Cento e una notte, 1995), Cédric Kahn (La noia, 1998), Philippe de Broca (Amazone, 2000), John Malkovich (Hideous Man, 2002), Werner Schroeter (Deux, 2002), Claude Lelouch (Les Parisiens, 2004; Le Courage d’aimer, 2005), Michel Houellebecq (La Possibilité d’une île, 2008), Amos Gitai (Roses à crédit, 2010), Volker Schlöndorff (La Mer à l’aube, 2011). Come regista, e spesso sceneggiatrice, ha realizzato una discreta serie di film folli, irregolari e personalissimi: difficile poterli accostare, anche solo per sommarie consonanze esteriori, all’universo di altri cineasti della sua generazione. Qualche titolo: Chassé-croisé (1982), poetica divagazione sugli archetipi dell’intrigo e del mistero – archetipi particolarmente cari agli artefici della Nouvelle Vague e a certi loro illustri epigoni, da Rivette a Robbe-Grillet – mediata da una sensibilità che molto deve alla lezione di Cocteau; Les Pyramides Bleues (1988), delirante esperimento di mélo postmoderno, ambientato in Messico, che ingaggia un proficuo dialogo a distanza con le fantasie allucinatorie di Roberto Gavaldón, Emilio Fernández e Alberto Gout (anche se, in qualità di «consulenti artistici», sono indicati nei titoli di testa due cineasti apparentemente alieni a tensioni tanto viscerali e straripanti: Rohmer e Marker); Opium (2012), fantasmagoria cinematografica incentrata sulla relazione Cocteau-Radiguet, elaborata a partire da alcuni scritti dello stesso Cocteau; Alien Crystal Palace (2018), variazione psichedelica, sfacciatamente «punk», sul mito platonico dell’androgino: una sorta di Alphaville godardiano rivisitato in digitale dal fantasma ubriaco di Jesús Franco. E infine Les Secrets de la princesse de Cadignan (2023), riscrittura barocca dell’omonimo classico balzachiano, operata implicando con sottile ironia, e notevole trasparenza metadiscorsiva, le più tipiche leziosaggini visive portate in dote dall’alta definizione: un’irresistibile parodia delle serie tv in costume che tanto piacciono alle nostre zie, una ronde ophülsiana sull’eterna recita dei sentimenti, un saggio autoreferenziale che ribalta con spietata radicalità i più esemplari capisaldi dell’etica rohmeriana. Se Pauline alla spiaggia era un film sull’autoinganno indotto dalla passione amorosa, e per estensione sulle inaggirabili verità che si celano dietro a ogni simulazione (su tutte quella dell’acting), Les Secrets de la princesse de Cadignan sancisce la definitiva impossibilità di intercettare, in piena era Netflix (e fermo restando l’ormai irrevocabile protagonismo acquisito dalla IA nell’elaborazione di una nuova egemonia audiovisiva), un ancorché remoto residuo di verità, di autenticità, nel gioco della finzione. Un intricato congegno narrativo a scatole cinesi in cui ogni elemento significante, non ultima la stessa prova interpretativa di Dombasle, tutt’altro che mimetica, pare voler soccombere all’inganno della fiction, della performance. Un anti-Rohmer, cronaca crudele e minuziosa di un gesto parricida: più contemporaneo di così…
soggetto: Jacques Fieschi
adattato da: Honoré de Balzac
cinematografia: Éric Gautier
scenografia: Jacques Garcia
costumi: Vincent Darré
montaggio: Julia Gregory, Franck Nakache
suono: Jean-Paul Mugel, Nathalie Vidal, Claire Anne Largeron, Rosalie Revoyre
musica originale: Luc Rougy, Mike Theis, Gwen Navarro
cast: Arielle Dombasle, Julie Depardieu, Cédric Kahn, Michel Fau
TUTTE LE PROIEZIONI SONO GRATUITE
