Maschile, Roma (Austria, Italia, 2015, 3’)
Uomini, con i volti in primo piano, che fissano la macchina da presa uno dopo l'altro: questo è il motivo d'apertura di questo cortometraggio di appena tre minuti, che solo alla fine, dopo i titoli di coda, rivela uno scorcio della città di Roma. (Rike Frank)
Alla presenza del regista

Nata a Londra nel 1946, Friedl vom Gröller ha trascorso l'infanzia tra Vienna e Berlino. Dal 1965 al 1969 ha studiato fotografia alla Scuola di Arti Grafiche della capitale austriaca. Autrice di circa 80 film, Vom Gröller lavora con pellicola 16mm (quasi sempre in bianco e nero e di solito senza audio), utilizzando bobine da 30 metri e una cinepresa a carica manuale. Nessuna sceneggiatura, nessun assistente, nessuna post-produzione. I film sono per lo più montati direttamente in macchina. Nel 1990 ha fondato, e diretto, la Scuola di Fotografia Artistica di Vienna mentre nel 2006 ha creato ed è tuttora direttrice della Scuola di Cinema Indipendente di Vienna.
Intervista con Friedl vom Gröller
a cura di Cecilia Ermini e Stefano Miraglia
Come affronti la rappresentazione dei tuoi soggetti e come è cambiato il tuo approccio nel tempo?
Ho iniziato a 16 anni, quando ero depressa, e per attivarmi ho cominciato ad avvicinare sconosciuti e artisti che ammiravo per fotografarli, e in seguito per filmarli. Nel corso degli anni ho acquisito molta esperienza e non prendo più sul personale i rifiuti. Col tempo ho capito che la fotografia e il cinema erano in realtà solo un pretesto per l’avventura. Mi limito a chiedere, e la maggior parte delle persone sembra percepire una certa connessione tra noi.
Quanto peso attribuisci al suscitare una possibile reazione nei soggetti che filmi? Che cosa è più importante: il potenziale di un gesto o lo stato di impreparazione del soggetto durante le riprese?
Sono stata influenzata dalle trasmissioni televisive sportive a partire dagli anni Settanta, quando gli atleti mostravano emozioni autentiche nei momenti di vittoria o di sconfitta, invece di mettere su una recita come spesso sembra accadere oggi. In un certo senso sono stata influenzata anche da un mio film, Ilse [ora confluito in Erwin, Toni, Ilse, 1969]. Mi interessa cogliere emozioni in divenire, diverse da quelle tipicamente presenti nel cinema commerciale. È per questo che la spontaneità è così importante.
Tra il 1969 e i primi anni 90 non hai realizzato film. Puoi riflettere su questo periodo di pausa e su ciò che ti ha spinta a tornare al cinema?
Ho smesso di fare film quando mi sono innamorata di Peter Kubelka e, di conseguenza, ho conosciuto molti cineasti importanti appartenenti al movimento del New American Cinema. Mi sono resa conto di essere completamente incolta in quell’ambito, e così mi sono fermata. Nel 1990 ho fondato la Scuola di Fotografia Artistica (Akademie der bildenden Künste Wien, oggi diretta da Anja Manfredi), dove ho invitato anche docenti di cinema. Nel 2006 ho fondato la Scuola di Cinema Indipendente (la Schule für unabhängigen Film, oggi diretta da Philipp Fleischmann), e la mia passione si è riaccesa. Le nostre visite al Programma Ciclico dell’Österreichisches Filmmuseum, fondato da Kubelka, sono state altrettanto determinanti.
Perché hai iniziato ad apparire nei tuoi film insieme alle persone che stavi filmando?
Il primo dei miei film in cui sono comparsa è stato Blood Brotherhood (1970), che documentava un’azione reale. Quasi tutti i film in cui compaio sono concepiti come documenti, con diversi gradi di importanza. Soprattutto, cerco un riflesso emotivo di me stessa, come se mi guardassi allo specchio. A volte il lavoro è puramente provocatorio, come nell’Azionismo viennese. Lavoro senza assistenti: sono sola con un’altra persona e utilizzo esclusivamente la pellicola, il che significa che per noi subito dopo il “documento” rimane invisibile.
Nel tuo percorso, oltre alle immagini in movimento e alla fotografia, due pratiche hanno inciso profondamente sulla tua traiettoria: la pedagogia e la psicoanalisi.
Tutto ciò che qui viene “confessato” è plasmato dalla mia psicoanalisi. La pedagogia non ha alcun ruolo. Tuttavia, anche l’atmosfera aperta delle scuole per me è stata molto stimolante.
Che cosa rappresenta per te e per la tua pratica il cinema di Dreyer? Penso al tuo film Dreyers Zitat (2001–2002), ma anche alla penultima immagine di Rivalinnen: l’ingresso del Max Linder Panorama a Parigi, con l’annuncio della retrospettiva Dreyer.
Il Programma Ciclico del Filmmuseum austriaco mi ha permesso di vedere i film di Carl Theodor Dreyer, così come quelli di altri cineasti, a ripetizione. Credo che sia la combinazione tra la sua passione e la sua natura contemplativa a commuovermi così profondamente. Dopo aver girato Rivalinnen, sono andata al cinema Max Linder e ho visto Gertrud.
Vorrei che parlassi dei film che non sei riuscita a realizzare e delle persone che non sei riuscita a filmare.
Nessuno dei miei film risulta come lo avevo immaginato. Il motivo è che non riesco a fissare le mie fantasie sulla pellicola. I film sono in gran parte plasmati dal caso. Non ricordo che qualcuno abbia mai rifiutato di partecipare a un film, tranne Andy Warhol. Volevo incontrarlo e fotografarlo per il mio libro (come pretesto), ma ha rifiutato di vedermi.
TUTTE LE PROIEZIONI SONO GRATUITE
