Margarita y el lobo (1969, 35mm, bianco e nero, 43', Spagna)
regia Cecilia Bartolomé sceneggiatura Cecilia Bartolomé, adattamento del romanzo Les Stances à Sophie di Christiane Rochefort (1963) fotografia Ricardo Duque musica Carlos Villa cast Julia Peña, José Antonio Amor, Lola Lemos, Ernesto Martín, Paloma Guzmán montaggio Cecilia Bartolomé produzione Escuela Oficial de Cinematografía (EOC)
Con il suo film di fine corso, Cecilia Bartolomé racconta con uno stile innovativo e musicale la storia della separazione tra una studentessa e suo marito, figlio di una famiglia franchista, in una Spagna in cui l'emancipazione femminile e il divorzio erano un'utopia. Censurato, la regista non poté dirigerne un altro fino alla morte di Franco.
Alla presenza del curatore
Questo programma ha un triplice scopo: quello di mostrare due opere fondamentali del giovane cinema spagnolo dei tardi anni Sessanta ancora inedite in Italia, quello di analizzare le ambiguità e le trappole del sistema pedagogico della scuola di cinema di stato sotto il franchismo, quello di raccontare un caso di censura clamoroso che mostrò la violenza del regime e la sua insofferenza di fronte all'emancipazione e al femminismo. Fondata nel 1947, la Escuela Oficial de Cinematografía (EOC) era un'oasi in cui gli studenti potevano vedere,3 imparare e realizzare film che all'epoca non avrebbero mai potuto essere proiettati nelle sale cinematografiche spagnole. Ciononostante, negli ultimi anni della dittatura, proprio quando il regime si mostrava all'estero come tollerante e protettore delle arti d'avanguardia, gli studenti della scuola furono soggetti a vessazioni che finirono per compromettere le loro carriere. Sia Antoñito vuelve a casa che Margarita y el lobo, ambedue film di fine corso, vennero censurati brutalmente e le carriere dei due registi spezzate al loro nascere. L'uno e l'altro attaccavano con allegra ferocia e umorismo nerissimo l'ideologia patriarcale e repressiva della famiglia, del matrimonio, dello Stato e della Chiesa. L'uno e l'altro non si limitavano a compiere quest'attacco usando un discorso ambiguo, simbolico o allegorico, come era avvenuto per le generazioni precedenti che avevano adottato o un realismo venato di simbolismo (un nome su tutti: Carlos Saura) o un formalismo elegante e astratto (un nome su tutti: Pere Portabella), entrambi tollerati o ignorati dalla censura del regime perché considerati poco offensivi. Revuelta e Bartolomé, attraverso un nuovo modo di raccontare, una forma ibrida e bastarda, uno stile eterogeneo ed imprendibile, sceglievano la via di una critica radicale e senza sconti alla figura del padre e del maschio, ovvero del prete e del fascista, che regnavano incontrastati sulla Spagna dal 1° di aprile del 1939, giorno della fine della Guerra Civile e della vittoria di Franco.
Nuove forme e ricerche negli ultimi anni della dittatura spagnola
un programma curato da Federico Rossin
Negli ultimi anni, dagli archivi delle cineteche spagnole è riemerso un intero panorama di film e cineasti sperimentali attivi durante l'ultimo decennio della dittatura di Franco di cui avevamo solo letto in rari cataloghi e libri1, ma i cui film pensavamo persi per sempre, inghiottiti prima dalla clandestinità vissuta durante la dittatura, e poi dall'ideologia cinetecaria di salvaguardia di soli “capolavori” riconosciuti. Quello che proponiamo, nell'anniversario dei 90 anni della Guerra Civile, è un panorama che va oltre la già monumentalizzata Escuela de Barcelona, un paesaggio fatto di registi che sfidarono la propaganda innovando il linguaggio cinematografico attraverso il femminismo, lo strutturalismo, il situazionismo, e facendo costanti riferimenti all'arte contemporanea post-minimalista, al teatro di Brecht e di Artaud, alla musica dodecafonica e seriale. Attraverso la proiezione di film rarissimi e sorprendenti, vorremmo raccontare le vite di giovanissimi artisti della sperimentazione che corsero dei veri rischi di fronte al fascismo senza ricorrere ad un militantismo superficiale e ad un contenutismo privo di vera innovazione in termini di linguaggio e forma. Una generazione ai margini della Storia e della storia del cinema, una generazione perduta e ancora troppo poco studiata e considerata, una generazione la cui voce ci appare oggi indispensabile.
1. Si veda almeno il pionieristico ma ancora fondamentale libro curato da Eugeni Bonet e Manuel Palacio, Práctica fílmica y vanguardia artística en España 1925-1981, Universidad Complutense de Madrid, Madrid, 1983.
TUTTE LE PROIEZIONI SONO GRATUITE
