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17 Giugno
Mercoledì 17-06-2026
ore 16:00
Chiesa della Maddalena

Foto 4 Como suturar la tierra

Simone Peluso

BRUCIASSE IL CIELO

Italia 2023 , 4'12''

 

FISSE (Italia, 2020, 3’ 58’’) di Wemme Flow, Fratelli Akash

NOTTI IN BIANCO (Italia, 2020, 2’ 50’’) di Blanco

LADRO DI FIORI (Italia, 2020, 3’ 08’’) di Blanco

BELLA STORIA (Italia, 2020, 3’ 08’’) di Fedez

PARAOCCHI (Italia, 2021, 3’ 06’’) di Blanco

ZITTI E BUONI (Italia, 2021, 3’ 18’’) di Måneskin

L’ISOLA DELLE ROSE (Italia, 2023, 3’ 02’’) di Blanco

PER UN BRICIOLO DI ALLEGRIA (Italia, 2023, 3’ 38’’) di Blanco, Mina

PER NON SENTIRE LA NOIA (Italia, 2023, 3’ 13’’) di BNKR44

BRUCIASSE IL CIELO (Italia, 2023, 4’12’’) di Blanco

BIG PANORAMA (Italia, 2024, 2’ 57’’) di Tredici Pietro

MELODRAMA (Italia, 2024, 2’ 42’’) di Angelina Mango

HIGH (Italia, 2024, 2’ 50’’) di Tredici Pietro

MUNDI (Italia, 2024, 4’ 14’’) di Me, July

CHIAMO IO CHIAMI TU (Italia, 2025, 3’ 38’’) di Gaia

   

 

Luca Pacilio



Al sesto anno Vedomusica continua a esplorare il panorama del videoclip italiano: a fronte di una scena musicale in continua ridefinizione, e dove i confini tra mainstream e indie si fanno sempre più permeabili, si affacciano nuove generazioni di autori visivi con un’identità estetica riconoscibile, sempre più in grado di dialogare con il circuito internazionale senza rinunciare a una cifra propria. In questo contesto i venti titoli della sezione valgono come una mappatura, una lettura critica di ciò che questo linguaggio breve sta dicendo oggi in Italia: l’obiettivo è rappresentare tanti sguardi e modi di declinare un linguaggio che, intercettando spirito del tempo e temi dominanti, cerca la sintonia con lo spettatore, guarda l’attualità da angolazioni inaspettate, certifica immaginari, aggiorna dispositivi, rinnova formule, sperimenta tecniche. La selezione si ridurrà - con tre scelte fatte dal pubblico attraverso le storie di Instagram, e tre del comitato di selezione - ai sei titoli presentati durante le serate festivaliere: tra essi una giuria di qualità designerà il vincitore. Anche quest'anno, poi, Vedomusica offre un focus dedicato a uno dei più rilevanti nomi del videomaking italiano, Simone Peluso.

 

 

ANGELINA MANGO MELODRAMMA BTS JOSE LIMBERT 4 2

Simone Peluso nasce a Bologna ad agosto 1997. Si avvicina al mondo della regia grazie al parkour, dove comincia a documentare i pomeriggi di allenamento con il suo gruppo, a sperimentare diversi formati di ripresa, con una particolare predilezione per il montaggio. Insieme al fratello, produttore musicale, si avvicina e appassiona al mondo dei music video. Simone si sposta sette anni fa a Milano, ma il suo obiettivo è quello di non avere una base fissa, rimanendo sempre aperto a nuovi progetti a contatto con culture differenti. Nel 2023 vince il premio come “Miglior regista under 25” a Videoclip Italia Awards, mentre nel 2025 il premio come “Miglior regista”. Conosciuto per il suo lavoro nell’industria musicale, Simone crea immagini forti e sensibili al tempo stesso. Appassionato di astrologia, naturopatia, e tutto quello che riguarda la psicologia umana, Simone crea immagini piene di simbologia, tematiche che vorrebbe trattare nei suoi futuri progetti di narrativa.

 

 

Intervista a Simone Peluso



Luca Pacilio

Com’è entrato il videoclip nella tua vita?

La mia formazione non è accademica: ho studiato Grafica e Comunicazione alle superiori per un interesse generico verso il digitale. Mi sono avvicinato ai video quasi per gioco, filmando il parkour, una mia passione, ma l’incontro decisivo con la musica è avvenuto grazie agli studi di registrazione di mio fratello a Bologna. Ho iniziato realizzando video per gli artisti emergenti che passavano di lì, spinto dalla voglia di sperimentare. Da quel momento non mi sono più fermato, passando dalla regia di un singolo brano alla cura dell’intera identità visiva dei progetti.

Fin dai primi lavori si nota un’identità visiva già molto solida. Eri consapevole di costruire un tuo linguaggio o è una riflessione nata a posteriori?

Il mio stile è nato in modo istintivo e l’ho messo a fuoco solo grazie allo sguardo degli altri. La mia cifra distintiva è la convivenza tra due mondi opposti: da una parte un linguaggio sporco, organico e rigoroso; dall’altra una spinta spirituale legata alla mia passione per la psicologia, l’astrologia, la naturopatia. Nei miei lavori cerco di far dialogare questi due poli, trasfigurando la sporcizia estetica attraverso una ricerca interiore.

Nei tuoi video c’è un’attenzione quasi fotografica per il corpo, il dettaglio anatomico, la fisicità.

Il mio immaginario è stato folgorato dalla visione di Kids di Larry Clark: ho sentito subito che quel mondo mi apparteneva. Questa fascinazione si lega a una fisicità profonda, derivata da cinque anni di parkour e da un imprinting familiare sportivo molto forte, grazie a mio padre, insegnante di arti marziali. Per me la vita è stata sudore, cemento e mani sporche: osservare i corpi allenarsi in un contesto urbano ha creato in me un legame inconscio con quel tipo di estetica, che oggi riporto nei miei video.

Questo spiega molto del tuo metodo con i performer e l’incredibile qualità della loro presenza.

Non mi considero un regista che dirige in modo tradizionale, la mia regia avviene prima di tutto nella fase di ricerca. Piuttosto che imporre una visione sul set, scelgo persone che siano già naturalmente in sintonia con il progetto, assecondando ed enfatizzando ciò che accade spontaneamente davanti alla camera. In Paraocchi di Blanco, ad esempio, volevamo richiamare un immaginario dell’Est, ma senza costruire un personaggio a tavolino: lui è naturalmente agitato, si muove in quel modo. Il mio compito è stato semplicemente fomentarlo per far emergere la sua personalità e dare una definizione visiva a ciò che lui è già.

Con i Måneskin per Zitti e Buoni come hai negoziato la tua visione con la loro?

All’epoca erano i Måneskin, ma non avevano ancora vinto tutto quello che avrebbero vinto poco dopo. La loro richiesta era chiara: volevano che ogni membro avesse una sezione dedicata, un proprio mondo astratto, per non essere visti solo come gruppo. Abbiamo studiato una struttura a scatole, dove ognuno avesse il suo ambiente. Inizialmente doveva essere una cosa molto complessa con gli elementi naturali... C’è sempre questo rapporto tra ordine e caos, che è un riflesso del mio modo di sentirmi interiormente.

La scelta che fai spesso della pellicola, con quei colori acidi e grumosi, sembra quasi un atto di ribellione all’imperante pulizia del digitale.

La scelta della pellicola per me non è una semplice questione di gusto estetico, ma qualcosa di molto più profondo e affine alla mia sensibilità. Si ricollega a quell’idea di sporcizia e organicità che cerco sempre: mi affascina sapere che ciò che vediamo è reale, un momento impresso fisicamente sul supporto e non una semplice sequenza di pixel. C’è poi una componente psicologica stimolante nel dover accettare i limiti del mezzo; rinunciare al controllo totale e doversi adattare a una materia finita mi costringe a un approccio creativo più rigoroso e autentico.

Il video di Un briciolo d’allegria con Mina e Blanco è un capitolo a sé nella tua videografia. Un lavoro quasi manierista. Com’è nata quell’idea noir?

La sfida principale era unire due mondi apparentemente inconciliabili come quelli di Mina e Blanco attraverso un linguaggio memorabile che potesse accordarli entrambi. Abbiamo scelto l’estetica noir del cinema classico, che ha permesso di preservare l’immagine di Mina come qualcosa di eterno e immobile nel tempo, offrendo allo stesso tempo a Blanco un modo nuovo e fresco di mostrare se stesso. L’uso di contrasti netti e giochi d’ombre è stato fondamentale anche a livello pratico: ci ha permesso di gestire l’assenza fisica di Mina sul set, trasformando la sua mancanza in una presenza suggestiva e carica di mistero.

Per Bruciasse il cielo hai scelto di girare il video senza la presenza di Blanco.

Volevamo un progetto fuori dal comune per segnare un cambio di rotta. L’idea di non far apparire Blanco è nata da un suo desiderio che ho colto subito come una sfida: abbiamo puntato tutto sull’immaginario globale - lasciandogli solo un breve cameo finale -per sperimentare un linguaggio estetico nuovo e differente.

Come approcci tecnicamente la traccia musicale?

Il processo inizia con un ascolto profondo e rilassato per lasciar emergere le prime immagini libere, seguito da una fase quasi ossessiva per metterne a fuoco colori e sensazioni. Di solito tutto parte da un’unica immagine folgorante che poi espando fino a costruire un intero mondo visivo. Lavoro come a un puzzle: scompongo la traccia in ogni sua parte - strofe, ritornelli e bridge - cercando per ogni frammento sonoro il tassello visivo perfetto da incastrare.

Vedi il videoclip come un traguardo o come uno step verso altri linguaggi?

Se all’inizio era solo un mezzo per filmare, negli anni è diventato una palestra fondamentale per mettere a fuoco i miei gusti e i miei mondi di riferimento. Sperimentando con questo mezzo, ho potuto maturare una consapevolezza che oggi mi spinge a volermi spostare verso la narrativa pura, portando con me tutto quello che ho scoperto di me stesso.

 


TUTTE LE PROIEZIONI SONO GRATUITE